Boris @ Circolo degli Artisti [Roma, 15/Maggio/2008]

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I Boris sono giapponesi. E come tutti i musi gialli non si limitano a fare normale musica ma devono per forza fare qualcosa di strano. E’ Giovedì sera, il Circolo è abbastanza pieno e il banchetto dei Boris è quanto di più appetitoso abbia mai visto. Ci saranno almeno una 15ina di titoli da comprare. I formati sono i più fantasiosi possibili, ad esempio il nuovo ‘Smile’, è confezionato con una packaging spugnoso ed è presente anche in un’enorme confezione per vinile, per non parlare dei vari cartonati, deluxe, doppi, colonne sonore, live, collaborazioni di ogni tipo. La magliette in compenso sono orripilanti. Però hanno anche la bustina personalizzata con il loro nome. Vorrei comprarmi tutto. Non mi comprerò niente; forse proprio perchè non so da dove pescare. (Date un occhio alla sezione release sul loro sito, c’è da farsi venire le vertigini… sono peggio dei Motorpsycho ‘sti qua). In quindici anni hanno pubblicato un’enormità di album. Premetto che non li conoscevo, sono venuto per curiosità e per segnalazione di un mio amico. Mi accosto timido sotto il palco quando il quartetto nipponico entra on stage. Tre chitarre e un basso più batteria. Il cantante ha il basso assieme alla chitarra. Un vero tamarro insomma. L’inizio è lento, pachidermico, un brano lungo e spigoloso, quasi doom ma con venature psichedeliche, con una coda finale melodica che mi è piaciuta molto. Dopo questa sorta d’intro i Boris costruiscono un muro sonoro fatto di feedback, con enormi rilasci di rumori, una lunga passeggiata di morte con drone, wha wha, veloci cavalcate space doom, che talvolta sfociano in una sorta di heavy metal nerissimo. Un gran peccato che la voce del cantante fosse completamente inudibile. Era afono? Colpa del fonico?. L’effetto è in ogni modo monumentale, i brani quasi indistinguibili l’uno dall’altro, le sensazioni sono claustrofobiche e cardiache tanto che, finito il concerto, quando si va via, l’eco di quel tuono sembra non abbandonarti mai. Come il lucore bianco lasciato dalle nuvole quando vanno via. Proprio come il mal di testa che mi hanno causato.

Dante Natale

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