Bonobo + Slow Magic @ Città dell’Altra Economia [Roma, 25/Giugno/2014]

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Storica prima volta italiana per Bonobo dopo una carriera lunga 15 anni, una serie di album incredibili e l’assunzione nel firmamento dell’elettronica contemporanea. Due date, quella romana e quella milanese, che permettono finalmente al pubblico nostrano di saggiare uno dei live internazionalmente più acclamati del momento. I meriti sono da ascrivere a Radar Concerti e, per quanto riguarda la Capitale, a Spring Attitude e L-Ektrica, le quali, dopo il festival di fine maggio, hanno inanellato una serie di eventi clamorosa, a partire da Machinedrum, passando per i 2 Many DJ’s e arrivando agli imminenti appuntamenti con Jamie xx (in collaborazione con Ray-Ban), Todd Terje e il gran finale coi Darkside. Se l’elettronica di qualità a Roma trova ancora terreno fertile è anche merito loro. Ad accompagnare la prima esibizione italiana di Simon Green c’è un altro artista di livello che, però, a Roma è ormai di casa: Slow Magic. La location deputata ad accogliere l’evento è la Città dell’Altra Economia a Testaccio, accanto a quel MACRO che a fine maggio ha ospitato la parte pomeridiana di Spring Attitude Festival. Sebbene da taluni criticata per assomigliare a una versione testaccina della Sagra della Porchetta o della Festa dell’Unità, la venue s’è invece dimostrata versatile, accogliendo il folto pubblico accorso per l’occasione con tutti i comfort del caso. Una scelta vincente.

Si comincia presto: alle 21 Slow Magic è già sul palco per mettere in musica il tramonto romano con le note della sua chillwave fresca, sognante, positiva. Lo spettacolo dell’artista è perfettamente sovrapponibile a quello di fine novembre al Circolo degli Artisti. La scaletta è ridotta ma è pressoché simile, con l’aggiunta del nuovo singolo ‘Girls’. Nel pubblico c’è il ragazzo che anche al precedente concerto brandiva una riproduzione fedele della maschera zebrata dell’artista. Sul palco Slow Magic privilegia l’aspetto percussivo facendo risuonare fragorosamente i due timpani a sua disposizione, mentre sul versante elettronico gli interventi del musicista sono ancora una volta pochi ma calibrati. Sulla conclusiva ‘Corvette Cassette’, accolta a gran voce dal pubblico, l’artista vorrebbe scendere come al solito in mezzo agli astanti per pestare i tamburi, ma purtroppo l’eccessiva distanza tra stage e transenne gli impedisce di farlo. Visibilmente deluso, gli applausi dei presenti lo rinfrancano. In attesa delle imminenti novità in studio, il nostro “sconosciuto amico immaginario” è sempre una gradita sicurezza.

Alle 22 arriva finalmente il momento di Bonobo. Un’intro annuncia l’ingresso in scena di Simon Green, mastermind del progetto, al centro del palco. A circondarlo la live band che da un decennio lo supporta nei concerti, conferendo alla downtempo dell’artista inglese sfumature di suono uniche, intense, vere. Solo gli archi, stavolta, sono sintetici: chitarra, batteria, fiati, tastiere sono tutti rigorosamente affidati ai rispettivi musicisti. Il musicista di Brighton guida i suoi strumentisti come un direttore d’orchestra, dedicandosi ai suoi pad e synth e alle quattro corde del basso. Lo show è avviato da ‘Cirrus’, il primo singolo del suo ultimo lavoro in studio, il meraviglioso ‘The North Borders’. Sarà questo, ovviamente, l’album più rappresentato nel corso della scaletta, ma non mancheranno estratti dai precedenti ‘Black Sands’ e ‘Days To Come’. Il concerto è un insieme di ingranaggi che si incastrano magnificentemente, avvolgendo il pubblico in un morbido fluire di note. Pezzi come ‘Kiara’ (come su disco preceduta da ‘Prelude’), ‘Sapphire’, ‘Ten Tigers’, ‘Ketto’ o l’acclamata ‘Kong’ mettono in luce le doti incredibili di un compositore sopraffino, capace negli anni di rinnovare e reinventare la downtempo. Sonorità dolci, evocative, chill che non si limitano a fungere da compassato accompagnamento lounge, ma vivono di vibrazioni, si contaminano con il variegato scibile musicale e si estrinsecano in un ricchissimo mosaico di interventi strumentali, corredato talora da una meravigliosa voce femminile di scuola soul. La lezione degli Zero 7 viene ripresa e perfezionata. La downtempo di fine anni ’90, arricchita da quanto transitato da Bristol negli stessi anni (leggi: trip-hop), viene riletta con le orecchie di chi non è rimasto indifferente allo sviluppo dell’elettronica inglese degli anni Duemila: i pattern ritmici dimostrano che Simon Green ha guardato con curiosità alla musica di Four Tet o Burial, senza necessità di scimmiottarla ma sapendo estrapolarne gli accorgimenti più congeniali alla sua proposta. Il gusto per il jazz è sempre arguto e incalzante: in alcuni passaggi pare di ritrovare i suoni creati a metà anni ’90 da St Germain, tralasciando la patina d’alta moda di ‘Tourist’ e andando a ripescare dalle gemme contenute in ‘Boulevard’. Alcune bassline funky, votate all’amore per le ottave, testimoniano la forte influenza della black music su Simon Green. Questo composito insieme di riferimenti musicali, però, gode di spiccata personalità. La dimensione live non fa altro che celebrare il talento incommensurabile di quello che, nello sport, verrebbe definito un top-player, la cui indole geniale è alimentata dagli assist della band. Viene presentato anche un nuovo brano, ‘Flash Light’, il cui primo ascolto lascia suggestioni più che positive. Green regala spazio anche agli assoli del batterista e del sassofonista, permettendo loro di mettere ulteriormente in mostra le proprie capacità. Vengono concessi due graditi bis, ‘Pieces’ e ‘The Keeper’, prima che cali il sipario. Bonobo e i suoi strumentisti si inchinano a raccogliere l’accorato applauso del pubblico. La fine di un’esibizione d’altissimo livello. La conclamazione dell’estro dell’artista inglese.

Livio Ghilardi

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