Bonnie Prince Billy @ Teatro Espace [Torino, 28/Aprile/2009]

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Come riesca a farsi strada tra lineamenti tanto scimmieschi è qualcosa che ancora gli scienziati non sanno spiegarsi. Eppure è così: dal volto di Will “bigfoot” Oldham esce davvero quella voce, identica a com’era su disco, il solo punto fermo di un set che per il resto ama confondere le carte. La scelta di prendere spartiti nati quasi sempre per la chitarra acustica e di riproporli con un paio di Gibson crea un’“intimità elettrica”, strano equilibrio che – eccetto il violino di Cheyenne Mize – non dista troppo da quello riconoscibile nei vecchi dischi dei Palace Brothers. Sforzarsi di ricordare i titoli giusti nello sterminato canzoniere del Bonnie sarebbe inutile, visto che per tutta la prima metà e oltre, la scaletta scorre lungo un flusso omogeneo che di soffermarsi su qualche tappa particolare non ne vuole sapere. I pezzi più classici dal recente ‘Lie Down In The Light’ sono vittime privilegiate di questo scorrere, dilatate o accelerate secondo gli ordini che arrivano da dietro le pelli di Jim White. Ma la forma aperta porta anche i suoi bei vantaggi: concede ai pezzi di fondersi l’uno con l’altro e permette loro di crescere, strofa dopo strofa, lasciando il giusto spazio all’improvvisazione e, di conseguenza, agli imprevisti (spassosa l’interazione tra il songwriter e un’avvinazzata delle prime file). Le canzoni propriamente dette arrivano solo in prossimità dei bis, con un un’energica ‘My Holly Home’ e un duetto su ‘People Living’ che vedrà l’opener Susanna Wallumrod tornare sul palco dopo quasi due ore di set e unirsi a quella che ormai assomiglia ad una versione  della famiglia Carter felicemente “elettrificata”.

Simone Dotto

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