Bonnie Prince Billy + Deerhoof @ Circolo degli Artisti [Roma, 25/Aprile/2007]

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Secondo qualcuno (tale Emilio Fede) il 25 Aprile è il giorno in cui si festeggiano gli americani. Per cui, una volta tanto, assecondiamo costui e andiamo al Circolo degli Artisti (il locale è pieno e circa un terzo degli astanti è statunitense, vuoi vedere che aveva ragione Fede? Saranno tutti qua per farsi festeggiare) ad assistere al concerto di uno strampalato combo di Frisco e di un barbone del Kentucky, accoppiata alquanto strana e quasi inconciliabile. I Deerhoof (nonostante i nove album alle spalle) sono giovani, freschi, carini e intraprendenti, Will Oldham (questo il vero nome che sta dietro al moniker Bonnie Prince Billy, nonchè ai precedenti progetti Palace Brothers, Palace Music, etc.) invece è brutto, sciatto, ha circa la mia età ma dimostra almeno venti anni di più. I primi spaccano e stupiscono per la loro abilità con gli strumenti e per la loro fantasia, il secondo (dopo un ottimo inizio con una maestosa “I See A Darkness” coverizzata anche da Johnny Cash) spacca solamente (ma i maroni). I Californiani sono dei giocherelloni, il mormone di Louisville è serio, cupo, quasi minaccioso (salvo un divertente siparietto: “Domani andrò a suonare a Firenze e mi vedrò con mia madre”, “Saremo lì” dice uno dal pubblico, “Con mia madre?”). Greg Saunier trascina i Deerhoof sudando dietro una batteria senza tom suonata più o meno in stile jazz ma con la grazia di un martello pneumatico, mentre la minuta bassista giappo Satomi Matsuzaki intona le più assurde e surreali filastrocche con voce infantile aiutata da un velocissimo eco che la rende molto dreamy e mentre John Dieterich sfrutta tutte le potenzialità della chitarra elettrica tra arpeggi math rock e inusuali riff di guitar-synth. Will Oldham invece sfiora la sua chitarra elettrica e canta (palesemente giù di voce ma comunque ugualmente efficace) accompagnato da un batterista che si limita a colorare con gusto le sue composizioni. I Deerhoof sanno che la musica è un gioco da prendere sul serio e sperimentano linee vocali alla Stereolab alternandole a furiosi momenti art-noise. Bonnie Prince Billy invece prende talmente tanto sul serio la musica da diventare un predicatore ineluttabilmente pessimista e senza alcuna speranza intonando sermoni country folk sulla scia di Neil Young e soprattutto di Mark Eitzel degli American Music Club. Il trio di San Francisco sin da subito, quando attaca la trascinante “+81” dal loro recente album “Friend Opportunity”, è cerebrale, originale, vario, accena bozzetti subito interrotti e sostituiti da altri: la struttura strofa ritornello esiste ma è solo un’idea, un’astrazione. Le composizioni di Bonnie Prince Billy invece sono prolisse (l’infinita “John The Baptist” su tutte), monocordi, dolenti, verbose (è più un poeta che un musicista) e a volte sinceramente pesanti. In conclusione un concerto simbolo delle contraddizioni USA (che però è affascinante anche per questo). Due modi diametralmente opposti di intendere la musica, due modi apparentemente inconciliabili di essere americani e di trasmetterlo. Sperimentale e innovativo al punto di sfiorare le più ardite composizioni di musica contemporanea l’uno, conservativo al limite del reazionario l’altro (ciononostante rimane l’oggettiva importanza che Will Oldham ha avuto per la storia della musica negli anni ’90). Eccitante e stimolante quello dei Deerhoof, du’ gran palle quello di Bonnie Prince Billy.

Daniele Gherardi

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