Bombino @ Teatro Quirinetta [Roma, 26/Marzo/2015]

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Io non so cosa ho visto. Lo dico per mettere le mani avanti, ma anche per dare un’idea di quella che è stata l’atmosfera durante il concerto di ieri sera. Non so ancora come approcciare una descrizione o un racconto, perché il primo istinto mi suggerirebbe due ipotesi, molto basilari: “Sei già stato ad un concerto di Bombino?” Sì? Allora sai di cosa parlo, non serve aggiungere altro. No? Vacci, perché non si può descrivere, poi mi ringrazi, tanto ci vediamo là. OK, ma io sono tenuto almeno a provarci, non posso arrendermi così, speravo che la notte mi portasse consiglio, che le idee surreali e confuse partorite ieri sera sbocciassero e acquisissero una forma definita con l’ausilio della luce del mattino… macché. Tutti i paragoni ed i riferimenti che mi vengono in mente non c’entrano nulla l’uno con l’altro, se il mio me stesso che ha visto il concerto parlasse con il me stesso che non l’aveva ancora visto prima di ieri, il secondo lo manderebbe a quel paese. Eppure io, per quanto non possa definirmi un approfondito conoscitore, diversi ascolti della produzione di Bombino li avevo fatti, il suo stile genuinamente etnico e tribale che strizza l’occhio alla psichedelia mi aveva conquistato al primo assaggio, ma non credevo che dal vivo accadesse quello che ho visto.

Nel primo quarto d’ora, Omara Moctar in arte Bombino, accompagnato dai suoi tre band-mates, si (e ci) scalda con un set acustico che prepara le orecchie dei presenti al mood dello spettacolo. Si fanno curiosamente notare i guanti neri con i quali suona il bassista destreggiandosi tra le sue cinque corde. La formazione della band è essenziale, con Bombino voce e chitarra solista ed un chitarrista ritmico, che nella parentesi acustica si era prestato anche alle percussioni. Durante il concerto però mi sono spostato più volte per cambiare visuale e capire se ci fossero anche altri musicisti perché non riuscivo a capire da dove arrivassero determinati suoni, invece era Bombino con la chitarra. Su tutti mi ha impressionato il modo in cui sia stato in grado di ricreare “chitarristicamente” i suoni tipici di strumenti appartenenti al folklore ed alla tradizione tuareg, ma ancora più stupefacenti erano le soluzioni stilistiche dei brani. Le partenze dei pezzi, quasi sempre scandite da ritmi blandi ma evocanti atmosfere mistiche e tribali, cedevano a poco a poco il passo a ritmiche incalzanti e coinvolgenti, che hanno portato i presenti (non pochi ma neppure tantissimi, intorno alle trecento presenze abbondanti, davvero assortite nell’età) a darsi alle danze in svariate occasioni, specialmente sulle reiterate ed incalzanti code finali. Veniamo alle evocazioni conosciute, molti sanno che Bombino è stato da più parti definito “l’Hendrix del deserto”, in effetti il nostro ragazzo del Niger trae molto dal seminale e leggendario chitarrista di Seattle a livello di ispirazione, ma soprattutto di approccio alla musica ed all’esecuzione, tendente a non essere mai fine a se stessa ma sempre coinvolgente, in primis per i suoi compagni di band che lo seguono e lo assecondano come in una jam, quindi per i presenti, che sono ammaliati ed ipnotizzati. L’approccio di chi suona per suonare… perché ama farlo ed a cui non serve la scaletta, qualità ancora vive per quanto difficili da trovare, con uno spirito luminoso e caldo che non può lasciare indifferenti e che non a caso mi ha ricordato a suo modo anche il magnifico Xavier Rudd. Ho riconosciuto spunti molto vicini anche a Neil Young, nei momenti più desertici, per poi richiamare anche sonorità che potevano svariare tra il surf ed addirittura la disco-music anni settanta, nelle sequenze “danzerecce”. Un valore aggiunto che ha fatto fare allo show il salto di qualità e l’ha portato ad un livello surreale era rappresentato dalle luci, nulla di particolarmente tecnologico o avveniristico, ma semplici spot, led e par usati sapientemente per una resa degna dei migliori laser show dei Pink Floyd, creando un contrasto audiovisivo che conferiva a tutta la situazione una dimensione unica, ibrida e incredibile. Alla fine del set Bombino concede la prima sessione di bis, quella “d’ufficio” diciamo, ma poi viene richiamato, è davvero il caso di dire “a furor di popolo” per suonare ancora con urla e cori che di irriducibili appassionati che non si sono fatti scoraggiare nemmeno dal tentativo degli addetti ai lavori di accendere le luci e mandare della musica di sottofondo per invogliare il pubblico ad uscire, come se ci fosse tempo per tornare alla vita reale, finché Bombino è ancora in città ed in queste mura, godiamocelo fino alla fine, ancora e ancora.

Niccolò Matteucci

@MrNickMatt

Foto dell’autore

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