Bombino @ Palladium [Roma, 14/Novembre/2013]

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Per chi scrive, ‘Nomad’ di Bombino è senza ombra di dubbio uno dei dischi dell’anno: un album coinvolgente, caldo, capace di andare alla riscoperta delle origini del rock’n’roll e del blues con gli occhi e il gusto di un Tuareg libero e nomade per natura, inserendosi di diritto in quel canovaccio sonoro reso celebre dai Tinariwen prima e dai Tamikrest poi. L’Africa rock che utilizza un linguaggio universale e allo stesso tempo personale, con un approccio che certi economisti definirebbero “glocal”, abile nel coniugare le tradizioni della propria terra a mezzi comunicativi sviluppatisi altrove. Poco importa se i testi in tamasheq siano del tutto incomprensibili ai più, il messaggio veicolato da Bombino in ‘Nomad’, reso forte dalla produzione internazionale di Dan Auerbach dei The Black Keys, giunge al cuore di ogni ascoltatore che crede ancora nella musica come un’espressione globale che sa unire e andare oltre qualsivoglia differenza. Per questi motivi troppa era la curiosità di assistere al concerto capitolino dell’artista del Niger, ospitato nella bellissima cornice del Teatro Palladium, in quel di Garbatella, all’interno della rassegna Metamondi, organizzata dalla Fondazione Romaeuropa e da Telecom Italia. Raggiungiamo il Teatro e prendiamo posto in galleria (la platea è già al completo) quando lo show di Baba Sissoko e Dj Khalab è già a metà del suo corso. L’artista maliano è indubbiamente uno dei personaggi musicali più influenti del suo Paese e del continente africano, assiduo collaboratore di Youssou N’Dour, Buena Vista Social Club e del nostro Enzo Avitabile (della cui carriera sarebbe ingiusto ricordare esclusivamente le costanti e prevedibili esibizioni al Concertone del Primo Maggio). Per l’occasione, Sissoko presenta lo spettacolo “Back to the future of ancient Africa”, il quale vede l’artista alle prese con una vastissima gamma di strumenti tradizionali maliani e non, accompagnato dai beat del dj. Un incrocio interessante ed efficace di sonorità africane ed elettronica che coinvolge il folto pubblico, catturato anche dalla presenza di un grande totem bovino posto sulla consolle su cui vengono proiettati visuals dai colori vagamente psichedelici. Sissoko più volte interagisce con i presenti in lingua italiana con risultati più che apprezzabili, invitando al canto. Alla fine, quando lascerà lo stage abbracciato a DJ Khalab, gli applausi saranno scroscianti.

Il cambio palco è rapidissimo e pochi minuti dopo le 22 Omara Moctar in arte Bombino (soprannome affibbiatogli dal suo maestro di chitarra, evidente storpiatura dell’italiano “bambino”) fa il suo ingresso, accompagnato da batterista e percussionista ammantati in lunghe tuniche blu e dal bassista il cui capo è avvolto da una tradizionale tagelmust bianca. Il nigerino si accomoda su una sedia e imbraccia la chitarra acustica per dare il via al concerto con ‘Ahulakamine Hulan’, seconda traccia di ‘Nomad’. Per quanto il tour dell’artista porti il nome dell’ultimo album, il repertorio suonato si concentra ampiamente anche sugli altri due lavori (soprattutto il falso debutto ‘Agadez’). La prima parte del set è maggiormente atmosferica e ricca di sonorità acustiche ed ovattate che ben si adattano alla location scelta. Il pubblico, seduto, accompagna con costanti movimenti del capo i brani eseguiti, spesso immersi con gli occhi chiusi nelle note di chitarra suonate dal musicista Tuareg. Le percussioni seguono sinuosamente l’acustica di Bombino, mentre il batterista si limita a colpire a tempo la grancassa. Un’atmosfera rarefatta e sognante, in cui è facile illudersi di essere sovrastati dal cielo stellato della notte africana piuttosto che dalla volta del teatro. Bombino ringrazia in francese, qualche volta azzarda un “grazie” che ricorda più lo spagnolo e per il resto lascia che a tradurre in inglese sia il suo bassista. Durante i primi brani sembra quasi timido e imbarazzato da tanta calorosa accoglienza, ma con il proseguire dello show si scioglierà maggiormente, concedendo radiosi sorrisi. Dopo una mezza dozzina di pezzi acustici, Bombino si alza e imbraccia la chitarra elettrica, così come fa a sua volta il percussionista. È tempo di dare il via alle danze e si parte con ‘Her Tenere’, sempre dall’ultimo ‘Nomad’. I ritmi si fanno più intensi e restar seduti diventa man mano cosa ardua, per non dire impossibile. Alcuni prodi pionieri abbandonano le sedie per ballare, seguiti a ruota da buona parte della platea. In galleria la situazione è più complicata e restiamo in punta della poltrona, cercando di muoverci per quanto possibile. La musica diventa irresistibile, con il deserto che si lascia invadere dalla patchanka, e quando partono ‘Amidinine’ o una ‘Azamane Tiliade’ sventrata del suo testo ci sente come tarantati, in preda al blues rock di matrice africana di Bombino. Alla fine, durante i bis, ci sarà addirittura una parziale invasione di palco da parte di sparuti membri del pubblico: inutili i tentativi di dissuasione compiuti dallo staff. La musica di Bombino è così, penetra la carne e l’anima e induce convulsamente al moto della mente e del corpo. Per questo, nonostante l’ottimo concerto a cui abbiamo assistito e la prova tangibile delle abilità di un musicista a suo modo unico, auspichiamo di rivederlo in un contesto magari meno suggestivo ma che lasci maggiori spazi di movimento. Solo allora la catarsi potrà dirsi compiuta davvero.

Livio Ghilardi

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