Bob Mould @ Init [Roma, 15/Dicembre/2009]

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Bob Mould è stato la voce e chitarra degli Husker Du – la band di Minneapolis che fu un pilastro fondamentale del punk americano anni ’80, per la sua originale miscela di furia hardcore e melodie dalle tinte più “pop”, accompagnata da un approccio ai contenuti attento non solo alle dinamiche sociali, ma anche ad una dimensione più intimista e personale. Sicuramente uno dei gruppi più importanti e seminali usciti dal gran calderone della scena hardcore USA. Si presenta a Roma, all’Init, in una fredda serata di dicembre, dalla quale non mi faccio scoraggiare, nonostante un principio di influenza che tengo a freno con mezza bottiglia di rosso e un’aspirina (la riconosciuta stoicità nerdica, ndr). Come anche in altre occasioni recentemente, non c’è il numero di persone che la portata dell’evento meriterebbe. Sarà il freddo, i pochi soldi in tasca, poca pubblicità, ma è un fatto che colpisce chi si ricorda i tempi in cui a Roma i concerti interessanti si contavano sulle dita di una mano, costringendoci spesso a trasferte verso il musicalmente più prolifico Nord. Penso a parecchi cresciuti ascoltando gli Husker Du e mi stupisco di non trovarli.

Dopo lo scioglimento del gruppo, Bob Mould ha continuato per la sua strada, producendo diversi dischi, sia a suo nome che con la band Sugar. Colpisce un po’ vederlo ora con quell’aria da nonno, con tanto di pelata in testa e barba bianca. Anzianità – ci dimostrerà ben presto – assolutamente solo esteriore. Confesso di non avere seguito molto la sua fase solista, e un po’ me ne dolgo, soprattutto nella prima parte del concerto, caratterizzato da brani presi appunto da questo periodo della sua carriera. Invidio gli occhi inumiditi del mio vicino, mentre canta a memoria le canzoni eseguite dall’artista americano, solo sul palco con la sua chitarra. Sono ballad dal forte impatto emozionale, il cui incedere – assieme all’inconfondibile timbro vocale di Bob – ricorda comunque inevitabilmente la parte più melodica e sentimentale della produzione degli Husker Du. Il primo brano del vecchio gruppo a essere proposto in scaletta è ‘Hardly Getting Over It’, con una versione rallentata e in un certo senso più intimista e meno solenne rispetto all’originale, oltre che accorciata. Dopo qualche pezzo segue ‘I Apologize’, cantata a gran voce dal pubblico. Verso metà concerto, Mould cambia la chitarra semiacustica usata fino a quel momento con una Fender, sulla quale usa una serie di effetti, che danno luogo a un suono più distorto e pieno di quello fatto sentire nella prima parte del set.

Presenta un po’ di brani dall’ultimo disco ‘Life And Times’, poi – di nuovo dal repertorio degli Husker Du – l’infuocata ‘Something I Learned Today’, sulla quale mi stupisco di come una persona da sola con la chitarra possa farti venire voglia di pogare. Segue una altrettanto energica – se possibile – ‘In A Free Land’, uno dei primi singoli della band di Minneapolis. Oltre all’energia e alle qualità vocali di Bob, nonostante dichiari di essere giù di voce, colpisce il fatto che a tratti il suono della sua chitarra riesca a riempire la sala come se fosse il prodotto di una band al completo, anziché di una sola persona. Richiamato a gran voce quando lascia il palco, concede due bis, concludendo il concerto con ‘Makes No Sense At All’, accompagnato anche su questa canzone dalla voce di parecchi tra i presenti.

Come due settimane fa per Mike Watt, al cui nome peraltro Bob e gli Husker Du sono legati, visto che furono i Minutemen a pubblicare sulla loro etichetta il primo disco della band, si esce impressionati dall’integrità umana e artistica del personaggio, che – a vent’anni dai fasti del gruppo che lo ha reso famoso – riesce a coinvolgere la platea, non solo sull’onda del sentimento nostalgico – che pure c’è – ma grazie a un’esibizione sincera e piena di energia. Uscito di casa mezzo devastato dall’influenza, ci faccio ritorno che mi sembra di non essere mai stato meglio. Non posso quindi che chiudere alla vulcaniana con un “Live long and prosper, Bob!”.

Stefano Tonazzi