Bob Dylan @ Atlantico Live [Roma, 7/Novembre/2013]

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Devo ammetterlo, durante il tragitto che mi ha portato a guidare fino all’Atlantico Live ho provato un’eccitazione adolescenziale che non mi capitava di avere da anni. In un’insolita serata calda di novembre, all’interno della sala trovo una massa eterogenea di spettatori, c’è chi è arrivato da fuori, ci sono molti americani, molti giovani, genitori con figli e una massa spelacchiata che doveva per forza esserci. Alle 21,10 si spengono le luci, il palco è arredato con pochi faretti, di quelli che si usano per le sale di posa fotografiche, mentre in alto dei fari della sembianza di un reattore aereo, diffondono una luce soft che illumina quel che basta. È tutto molto elegante, sembra di essere a teatro, e quando sulle note di ‘Rainy Day Women #12 & 35’ Dylan attacca la prima strofa si leva un boato, sono qui tutti per lui, per ammirare da pochi metri uno dei personaggi più importanti di sempre. Il gruppo è disposto sul lato sinistro del palco in una sorta di semicerchio, tutti orientati verso destra, George Receli e la sua batteria compreso, dove Dylan (che ci regala il profilo sinistro) davanti al piano comanda le operazioni. Si perché l’attenzione con cui tutti osservano Mr. Zimmerman durante ogni singolo secondo delle due ore scarse di concerto è clamorosa e la dice lunga sul modo con cui Dylan vuole, serata dopo serata, interpretare la sua musica. Il gruppo è espertissimo, musicisti eccelsi che andrebbero a memoria in una situazione normale, ma l’imprevisto è sempre in agguato. Charlie Sexton (che prende il posto di Duke Robillard) bellissimo ed elegantissimo è al centro del palco attento a non lasciarsi andare troppo sulla tastiera della Les Paul, mentre la sezione ritmica, Tony Garnier si alterna tra basso elettrico e contrabbasso, segue attentamente i ritmi del piano. La chitarra ritmica di Stu Kimball e Donnie Herron che si destreggia tra steel guitar, banjo e violino completano la formazione e conferiscono al gruppo quel sound intriso di blues e tradizione americana che affonda le radici a Nashville. Il sound è perfetto e strabiliante, talmente basso da costringere il pubblico ad un silenzio e ad un’attenzione da musica da camera.

L’ovazione al termine di ogni brano è potente e fragorosa, Dylan dal canto suo, sembra in serata “buona” ancheggia e gesticola nella penombra catturato dalle note di brani storici reinventati per l’ennesima volta. La voce è impastata, l’armonica quasi assente, i testi irriconoscibili, gli arrangiamenti poi stravolgono i brani così come li conosciamo da disco, è così che ci vuole stupire oggi, dando alle composizioni nuova vita e quella spontaneità che ha sempre prediletto, come quel giorno del 1966 quando in studio costrinse il gruppo a scambiarsi gli strumenti per registrare ‘Rainy Day Women #12 & 35’. Il set che prevede una sosta di stile calcistico, tra la prima e la seconda parte, (grazie amici dirà in perfetto italiano alla fine del primo tempo) mette in fila una breve selezione tra le decine di classici in repertorio, ‘Just Like Tom Thumb’s Blues’, ‘Girl From The North Country’, ‘Positively 4th Street’ sono solo alcune delle perle, ‘Highway 61 Revisited’ raccoglie i maggiori consensi da un pubblico intento a smanettare di straforo con telefoni e fotocamere mentre la crew dell’Atlantico cerca di farlo smettere. Poi mentre tutti si aspettano la scaletta già proposta di recente a Milano Dylan chiama a se il gruppo e attacca una versione stravolta di quella ‘Ballad Of A Thin Man’ che non suonava da mesi, è il momento più bello della serata, mi sono commosso nel vedere tanta passione e dedizione da parte di un uomo che ha segnato la storia della musica moderna e potrebbe vivere di rendita suonando un set greatest hits senza sussulti e tante certezze, e invece ci stupisce ancora dettando i ritmi come un direttore d’orchestra, per poi abbandonare il palco soddisfatto dopo il bis ‘Blowin’ In The Wind’. Dietro di me due ragazze poco più che ventenni gridano sei una leggenda mentre i più bacchettoni a luci ormai accese in sala rimangono male per la mancata esecuzione di ‘All Along the Watchtower’. Si vede che non hanno ancora colto il personaggio e per farlo gli consiglio vivamente la lettura di “Bob Dylan” di Howard Sounes.

Alessandro Bonini

(foto dell’autore)

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