Bluvertigo @ Città dell’Altra Economia [Roma, 9/Settembre/2014]

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Nel 1995 procacciarsi dischi era un processo farraginoso. Spopolavano i CD e le musicassette, ma ottenerli, almeno per chi all’epoca era preadolescente, come nel caso di chi vi scrive, era possibile solo in rare occasioni, come un compleanno, un onomastico, natale o come regalo per la promozione a scuola. Visto che le ricorrenze di questo tipo si contavano sulle dita di una mano, col resto di uno, e che gli acquisti, essendo calmierati, dovevano essere per forza orientati su qualcosa di sicuro e dal già testato gradimento (passateli voi tre mesi di rimpianti per aver scelto un album inascoltabile…), per scoprire nuove band, in linea con la propria paghetta settimanale, ci si rivolgeva ai noleggi. I più giovani ricorderanno a malapena Blockbuster, ma è giusto far sapere che, oltre a quelli che trattavano film, esistevano negozi che diffondevano musica a basso costo, prestando gli album ai clienti per tre giorni, in modo tale da potersi fare un’idea prima di acquistare un disco. Ingenui. Gli ingegnosi appassionati, una volta ottenuto il CD, correvano al negozio di fianco per comprare delle cassette vergini, scelte in base alla durata del disco (le TDK erano da 46 e da 90 minuti, per esempio) e copiavano l’opera, per poi ascoltarla con calma e decidere se valesse la pena di farla diventare il prossimo regalo. Ovviamente gli appassionati di musica conoscevano altri appassionati di musica che noleggiavano album diversi e con i quali confrontavano gli ascolti. Si prestavano le cassette che avevano copiato e che potevano essere registrate a loro volta su un altro nastro, dall’amico, se interessato. In questi passaggi di mano l’alta fedeltà del suono arrivava ai minimi termini, ma almeno si poteva attingere a cose che altrimenti non si sarebbero mai conosciute. In uno di questi scambi, più facili da fare che da dire, arrivò in casa Lucarini l’album d’esordio dei Bluvertigo, sotto forma di cassetta, copiata da un cd preso a noleggio da un amico del fratello di chi vi scrive, del quale ricordo tuttora la grafia arrotondata, vagamente femminile, e la monocromatica scelta del blu scuro (io mi sbizzarrivo ancora con tre o quattro colori), utilizzata per scrivere il titolo ‘Acidi e Basi’ e la tracklist negli spazi preposti. L’album, edito dalla piccola casa discografica italiana Mescal, non ci entusiasmò, o più probabilmente, non lo capimmo. ‘Metallo Non Metallo’, il seguito, venne noleggiato direttamente da noi e ci convinse ad acquistare il successivo, ‘Zero’ in versione CD ed a scatola quasi chiusa, dopo aver ascoltato soltanto il primo singolo ‘La Crisi’. Poi arrivò Napster, ed i Bluvertigo non produssero più materiale, eccetto due brani inediti inseriti in un ‘Best Of’ pubblicato nel 2001, a corollario di una partecipazione al festival di Sanremo, conclusa peraltro con un onorevole ultimo posto. La carriera di Morgan (al secolo Marco Castoldi, frontman e compositore della maggior parte dei brani) prese altre strade: album solisti, storie d’amore complicate, ma molto apprezzate dalla peggior stampa, live saltati a causa dell’influenza delle dipendenze sulla sua vita privata e il successo di pubblico come giudice di X Factor. Andy, seconda personalità più forte nella band, tastierista e seconda voce, decide di dedicarsi a tutte le sfumature dell’arte mettendo in piedi mille progetti, con un’attenzione particolare alla pittura, mentre gli altri membri restano nel mondo della musica, con ruoli più o meno marginali. I Bluvertigo non si sono mai divisi, ma come dichiarato da loro stessi, si sono “congelati”. Dopo qualche concerto estemporaneo, il più importante dei quali nel 2002 per aprire a David Bowie al Summer Festival di Lucca, decidono di riunirsi per un ‘Fastour’ di cinque date accolte con indifferenza, sghignazzi e, in rari casi, curiosità. L’atteggiamento da giullare di Morgan nelle sue apparizioni pubbliche ha senza dubbio influito sull’opinione che molti hanno della sua band, ma noi ci ricordiamo degli egregi ascolti adolescenziali, dei viaggi in autobus con il walkman nero della Sony con lo scotch sul retro per non far aprire il vano delle batterie e di quella parte della nostra adolescenza depressa passata con i Cieli Neri che non si scioglieranno più e decidiamo di presenziare.

L’occasione è propizia anche per vedere com’è Eutropia, il villaggio con musica, stand gastronomici e negozi che ha preso posto nell’area dell’ex mattatoio, nel rione Testaccio. Parcheggiamo esattamente di fronte all’entrata e veniamo subito avvicinati da quell’onnipresente losco figuro che i romani hanno imparato a conoscere col nome di parcheggiatore, anche se a ben vedere non ti aiuta a parcheggiare (comunque abbiamo la patente), né ti controlla la macchina. Senza voglia di discutere, e vedendolo fumare, gli porgiamo una sigaretta, che accoglie con la faccia di uno a cui è stata appena spalmata sulle mani un’abbondante merda di cavallo, il cui odore peraltro aleggia nella zona. La riconoscenza non fa parte del mondo di chi è in un racket. Entriamo qualche minuto dopo le 22, orario segnalato come quello di inizio concerto, ma non fatichiamo a trovare una degna posizione sotto il grande palco. Il pubblico è numeroso, ma le maglie sono larghe e sgusciamo nella zona centrale. Ci sono principalmente nostalgici che hanno vissuto il fenomeno Bluvertigo in presa diretta, o che ad occhio e croce avrebbero potuto farlo. Lo show non inizia con l’entrata sul palco del collettivo lombardo, ma con la voce fuori campo di Morgan che racconta com’è nata la band. Mentre i presenti sono assorti e si chiedono se la voce sia preregistrata o in presa diretta, sul palco appare proprio Castoldi, con un Macbook tenuto come fosse un leggio, mentre continua a leggere la storia dei Bluvertigo. Il tripudio è prevedibile. I membri sono sei: Morgan, come al solito voce e basso, Andy, anche al sax oltre a tastiere e voce, il batterista Sergio Carnevale, il chitarrista degli album più recenti Livio Magnini ed il suo predecessore allo stesso strumento Marco Pancaldi. Anche Daniele Dupuis farà parte del team, alternandosi tra basso e tastiere. La setlist ripercorrerà la storia dei Vertighi lasciando poco da recriminare ai presenti. Si partirà con ‘Il Nucleo’ e con la hit ‘Sono = Sono’, tratta dall’ultimo album studio e giunta al successo anche grazie alla pubblicità di una macchina che ce la fece odiare già all’epoca. Il sound sembra ottimo sin da subito, l’amalgama sembra non essersi mai dissolto, ma c’è un elemento che proprio non riesce ad integrarsi alla perfezione. Si tratta di Morgan, la cui voce esce a fatica e denuncia gli eccessi di fumo e vita rock and roll in generale. Gli strascichi non possono che risultare evidenti. Nonostante ciò, sul palco dimostra una padronanza della scena ed un magnetismo che riescono a far perdonare i suoi limiti tecnici e fisici, nonostante il nostro orecchio critico prenderà il sopravvento in più di un’occasione. Tra un brano e l’altro c’è molta ironia da parte degli artisti e si ride di gusto. Ma non solo, ad un ascolto più attento e maturo dei loro brani e degli arrangiamenti, ci rendiamo conto che la loro conoscenza musicale è pressoché infinita. La contaminazione tra generi è sempre stata uno dei loro cavalli di battaglia, ma la nonchalance con cui dal vivo i musicisti si approcciano a questa o quella tipologia, sorprende. Pochi altri gruppi italiani possono vantare una proposta di tale entità, per liriche e partiture, peraltro ottenuta in soli quattro anni di attività. La band lombarda è riuscita a dare un’impronta decisa alla musica indipendente italiana, tuttora in debito con loro, ed ora che ci è tutto più chiaro, possiamo goderci senza troppi pensieri il loro inno ‘Vertigoblu’ e l’emozionante ‘Cieli Neri’, cantata da un Morgan seduto ed alle prese con una sigaretta, e chiusa dallo stesso con una lunga coda al piano. Il finale è degno di menzione ed il frontman se ne allieta, definendo con entusiasmo il suo come “un vero gruppo fusion!”. Gli errori continuano ad esserci, specialmente nelle parole dei testi, ma i brani riescono comunque ad esaltarci. Gli anni passano sui loro volti, non più da giovincelli, ma i loro pezzi sono ancora del tutto attuali e risultano arguti come e più di un tempo. Dopo tredici brani si ritirano dal palco, per tornare, a grande richiesta, qualche minuto dopo. Dapprima appare il solo Morgan, che al piano eseguirà l’oscura ‘Numero’. Successivamente sarà la volta degli altri che faranno la loro ricomparsa per ‘Altre Forme di Vita’, probabilmente il brano più famoso, senza dubbio il più apprezzato dai presenti, e per ‘Zero’, la title track dell’ultimo disco in studio. Le citazioni si susseguono, ed in questo brano conclusivo si cita niente meno che “Zelig”, cult movie di e con Woody Allen nel quale il padre del protagonista, sul letto di morte, lascia al figlio il criptico messaggio, in realtà nonsense, di conservare bottiglie vuote. Il concerto finisce, con un ringraziamento da teatranti al pubblico, e le bottiglie vuote le conserva il terreno della Città dell’Altra Economia, almeno fin quando la squadra di addetti alle pulizie non le toglierà di mezzo. Noi invece isoliamo questo ricordo, che connesso a quelli raccontati ad inizio report, ci permetterà di archiviare con un sorriso il file Bluvertigo. E chissenefrega se i soldi spesi per il biglietto finiranno a pagare soltanto gli stravizi di Morgan.

Andrea Lucarini

@Lucarismi

5 COMMENTS

  1. Possono anche aver aperto per gesù cristo e la madonna, e la loro conoscenza musicale essere infinita, ma rimangono pur sempre un bel gruppo di merda…….ovviamente parlo per me, che all’epoca ero un po’ più che adolescente…

  2. ma questo crede di essere competente? Uno che neanche ha capito che la voce di Morgan è diversa e delicata per un’operazione alle corde. Tutti grandi critici musicali. hahahahaha

  3. Hai ragione, anch’io sono solito valutare i recensori in base alla conoscenza della cartella clinica degli artisti di cui scrivono.

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