Blur @ Ippodromo delle Capannelle [Roma, 29/Luglio/2013]

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Uno dei momenti che più ricorderò in anni e anni di concerti: un salto. Forse come tanti altri visti ed eseguiti da chissà quanti performer. Eppure diverso e unico, elettrico, con le gambe ad allungarsi e a fendere direzioni opposte. Un salto vero, non una moina a uso e consumo di chi guardava. L’ennesimo espressione di un io interiore probabilmente fermo con il cuore più che con la mente a venti anni fa, a quella decade in cui sarà cresciuta la stragrande maggioranza, ci scommetto, dei presenti questa sera davanti allo stage. Damon Albarn di salti stasera ne ha fatti parecchi, se n’è andato in giro con gli occhiali da sole, è sceso dal palco per stringere un’infinità di mani, per farsi issare dal fido bodyguard sulla transenna e per cantare con e sul pubblico, ha inondato le prime file con l’acqua di tante bottigliette e ha ceduto all’afa romana togliendosi quel giubbotto jeans e mostrando una polo già impregnata di sudore. Scene che avevo già visto al mio primo appuntamento con i Blur appena dodici mesi meno una settimana prima in quel di Wolverhampton, dopo anni di attesa (leggi). E l’idea che potesse trattarsi di mera routine, di gesti meccanici dopo centinaia di infuocati live set in giro per il mondo non mi ha minimamente sfiorato. Semmai, anzi, è una ‘nuova’ e meravigliosa routine per i Blur, il ritrovo in pieno di un’innocenza dimenticata e riscoperta solo da qualche anno, per una ennesima, nuova vita.

Quante ne avevano vissute già? Provo un veloce excursus: l’esordio come Seymour al tramonto degli anni ’80, i primi dischi e le prime attenzioni, la consacrazione di ‘Parklife’, il famoso “campionato mondiale dei pesi massimi del brit-pop” lungamente conteso e poi perso irrimediabilmente contro gli odiosi Oasis, forse un bene, la rinascita islandese e i dischi di fine millennio coraggiosi, ancora pieni di inni ma più densi, stratificati, introspettivi e sperimentali, la burrascosa fine del sodalizio con Graham Coxon, l’ultimo album e l’ultimo tour, la parola fine con un punto interrogativo di fianco alla fine del 2003.

Pausa, un lustro di silenzio.

La pace e la trionfale rentrée tutti e quattro, sempre loro e solo loro, Albarn-Coxon-Alex James-Dave Rowntree, un tour estivo sold out, seppur limitato di fatto al Regno Unito e poco più nell’estate del 2009 con tanto di due live album per le ormai leggendarie date a Londra (qui il report di Chiara Colli), un singolo per il Record Store Day del 2010. In mezzo, pesano irrimediabilmente anche gli anni trascorsi separati, alcuni dedicandosi a famiglie e varie passioni, altri non meno impegnati in ulteriori progetti musicali, con Damon a partecipare, fondare e disfare le band più disparate e Graham a perseguire onestamente la propria carriera solista. Ma si tratta di ulteriori vite che possono coesistere con la band, basta convincersene. Ed ecco il 2012: il premio ai Brit Awards con una performance tanto stupidamente criticata quanto un piacere per occhi e cuore, l’annuncio di un ennesimo Hyde Park dopo il trionfo di tre anni prima (qui per il report di Andrea Lucarini), in concomitanza con la fine delle Olimpiadi della capitale inglese e con tanto di ‘Parklife’ eseguita alla cerimonia di chiusura, un warm up tour da band agli esordi per preparsi all’evento con poche date in piccoli posti in angoli sperduti d’Albione viaggiando pure in treno e pure una coppia di nuovi brani presentati online, ‘Under The Westway’ e ‘The Puritan’, rilasciati anche come singolo, oltre all’opera omnia finalmente ristampata e completata da tonnellate di extra con tanto di lussuosi boxset fino alla pubblicazione proprio della registrazione della serata londinese.

Come contorno, tante voci delle più contrastanti, dalla possibilità di un nuovo album all’ennesimo, definitivo scioglimento. Francamente, dopo quelle due splendide notti di un anno fa, non mi importava nulla, “scioglietevi pure!” pensai. Tanto sorridevo, ripensavo a quel momento, all’attacco di ‘Girls & Boys’ in cui alzai le braccia, chiusi gli occhi e mi ritrovai trascinato da una folla entusiasta come me, felice e pieno di una sensazione raramente provata in anni di concerti, una gioia strana e piena di memorie e che affondava le proprie radici in quella parte spensierata della vita che è l’adolescenza. La stessa che ho riprovato in questa ennesima magica serata a Capannelle, con i Blur tuttaltro che sciolti anzi in tour da mesi con tappe trionfali al Coachella, in Messico, Asia, al Primavera e pure con un nuovo disco in lavorazione. Non mi è fregato nulla neanche dei mugugni pre-show di chi si lamentava di una scaletta da festival troppo corta, effettivamente sforbiciata di circa un terzo rispetto all’anno scorso. A me importava ancora di quella gioia, di quelli occhi chiusi, di quelle mani alzate e del dolce abbandono che avrei provato non appena fosse partito il primo brano che, ci scommettevo, sarebbe stato di nuovo ‘Girls & Boys’. Ed è andata proprio così e non hanno influito negativamente neanche di quei venti minuti di ritardo con cui i Blur sono entrati in scena, accompagnati dalle note di ‘Theme for Retro’, con tanto di pronte scuse proferite da Damon che parlava di noie all’impianto audio. Eccola di nuovo lì, quella sensazione, urlando a squarciagola quei brani come ‘There’s No Other Way’ e ‘Beetlebum’ – su quest’ultima cosa non è stata la chitarra di Graham? Così sporca, ruvida, incisiva! Damon lì, a saltare, a tirar fuori e godersi davvero non i suoi quarantacinque anni ma semmai i terzi quindici, carico a molla e pronto a caricare noi là sotto che di carica pur ne avevamo e pur voglioso di scandagliare anche i sentimenti con una delicata ‘Out of Time’ e una striscia strepitosa ‘Trimm Trabb’ – ‘Caramel’ – ‘Coffee & Tv’ – ‘Tender’, passando in rassegna alcuni prodromi che svelano le sfaccettature rispettivamente più ruvide, psych/sperimentali, catchy e ‘tenere’ di quel ’13’ che se non è il loro album più bello e vario, ancorchè difficile, poco ci manca, alla faccia di chi ha scritto la guida stessa di Rock in Roma liquidandolo come “deludente”!

‘To The End’ a seguire non può che aver spedito tutti nell’alto dei cieli, prima di una comunione inevitabile tra pubblico e band su ‘Country House’: a quel punto ho davvero pensato che tutti i diecimila presenti stessero provando ancora la mia stessa sensazione, quanto è stato bello e intenso quel momento? E fosse stato l’unico, poi. Bastava guardare il palco per rendersi conto che quei quattro lì ridevano, anche Graham, più in forma dell’anno scorso, e  pur quando non ride cosa si può dirgli se ciò che ha da dire lo tira fuori da quelle sei corde o perfino quando canta la sua ‘Coffee & Tv’? Alex James, poi, il sorriso ce l’ha tatuato e ricorderò anche quel suo ‘Attenti!’ di saluto alla folla. Su ‘Parklife’, con Damon in occhiali da sole, una splendido splendido sorriso d’intesa tra lui e Dave, come un gesto tra due vecchi amici che si divertono ancora, eccola anche sui loro volti quella idea di felicità ingenua. E sorridevano anche i tre coristi e gli altri tre della sezione fiati e continuavo a sorridere anch’io e così penso sorridesse e saltava e sudava felice tutta Capannelle. Il bis, preceduto dall’”invito” di Damon al party successivo al concerto, ovviamente non rivelando il luogo (anche se qui qualcuno ti ha cercato e trovato ugualmente e anche là sorridevi, alticcio ma ancor splendido con l’aria stralunata e la tua disarmante gentilezza, caro Damon, ma questa è un’altra storia…) e introdotto da un accenno di ‘Intermission’ al piano, mi ha fatto realizzare ancora che gran brano sia ‘Under The Westway’, pieno di pathos, autentico connubio di tutto ciò che i Blur sono musicalmente e ammantato da una malinconia agrodolce, da star bene dentro dopo aver sfiorato angoli oscuri dell’anima. Del resto del concerto cosa posso dire? Non avete cuore o forse siete cresciuti troppo o troppo in fretta o forse non amate la musica se non vi siete abbandonati al dolce singalong  su quel brano così pregno di speranza che è ‘For Tomorrow’ o se non eravate vicini alle lacrime per ‘The Universal’ e il suo crescendo corale ed emozionale. E se non vi siete lasciati andare nei vostri salti più in alto di sempre a un concerto contribuendo a sollevare un polverone mai così bello, a squarciare ciò che rimaneva delle vostre corde vocali con il più celebre “Wooo-hooo!” di sempre, se al termine di una selvaggia, liberatoria, purificante ‘Song 2’ non eravate ancora lì, sporchi, sudati e pieni di una gioia che non sapreste spiegare… non siete umani o siete morti e io, ovviamente, questa ipotesi non riesco proprio a considerarla. Vi voglio bene, Blur. Restate così, cazzoni e capaci di farci riassaporare spensieratezze sopite o sepolte o anche solo di farci vivere serate indimenticabili come questa. Restate con noi.

Piero Apruzzese, 2 x 15 anni

3 COMMENTS

  1. Si, tutto bello, ma diciamoci la cosa grave. 90 minuti di concerto li fai in un club. O all’auditorium. Se mi fossi trascinata alle capannelle per vedermi 90 minuti di concerto (qualsiasi concerto), per non parlare del casino per tornare in civilta, mi sarei seriamente incacchiata.

  2. Ma la durata non sempre è sinonimo di qualità. Ci sono artisti e artisti, generi e generi, contesti e contesti… ho visto concerti fiume di una noia mortale e concerti brevi di un’intensità spaventosa. I Blur sono grandi sempre. Con 20, 30, 90 o 120 minuti di concerto. IMHO.

  3. Cara Katerina, perdona il mio tono ma… dove sta scritto? Tra l’altro, proprio nei club l’anno scorso gli stessi Blur hanno suonato quasi 30 brani, così come ad Hyde Park. Mentre all’Auditorium, per dire, Bjork fece poco più di un’ora di concerto qualche anno fa. E io non mi sono mai e poi mai pentito di averli visti tutti.

    Da quando l’intensità e la bellezza di un concerto e di ciò che ti lascia dentro si misurano dalla durata dello stesso (o per alcuni dal costo) non lo capirò mai (e faccio ammenda perché anni fa trovavo irragionevoli i 50 e passa euri per i Radiohead mentre ne ho spesi con gioia 75 l’anno scorso) così come non capisco l’incapacità di realizzare che, prendendo un biglietto, si dovrebbe accettare il concerto “as it is” ma qui mi sembra essere proprio una tua scelta, chiunque suoni meno di 90 minuti addirittura! E pensare che c’era un tempo in cui i concerti duravano mezzoretta o poco più e costavano quasi lo stesso (i Beatles in Italia, ad esempio).

    Poi, a esser onesti, io quest’anno da Capannelle ci sono tornato velocemente pure dopo Springsteen, chi l’avrebbe mai detto?

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