Blur @ Hyde Park [Londra, 2/Luglio/2009]

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Due minuti. Il tempo per andare sold out. Il tempo per decidere se esserci. Il tempo per capire che sarà il live dell’anno. La storia di questo concerto è cominciata molto tempo fa. Prima dello scorso dicembre (quando i Blur annunciarono la prima data ufficiale della “reunion”, quella del 3 luglio). Prima del concerto all’Alcatraz di Milano nel 2003 (quello del tour di ‘Think Tank’ e senza Graham). Prima delle tensioni degli ultimi due album in formazione completa (‘Blur’ del ‘97 e ‘13’ del ‘99) e dell’uscita di Coxon (nel 2002). La storia di questo concerto è cominciata, almeno per chi scrive, a metà anni ’90. Ho iniziato ad ascoltare musica con il brit pop e a scoprire l’amata terra d’Albione con le famigerate copertine dell’NME. Questioni anagrafiche. E questioni di cuore, se si considera la differenza d’impatto, anche emotivo, che un gruppo può lasciare se vissuto in diretta, mentre sta esplodendo e nel suo picco di creatività massima. Poi ho staccato il loro poster dal muro e ho smesso (per un po’) di ascoltarli. Ma l’integrità e la bellezza dei Blur non sono mai state intaccate dall’ingordigia, dalla voglia di esserci sempre, di ritenersi “la miglior rock band del mondo” anche quando la formula magica non sortiva più il suo effetto. Ho amato anche gli Oasis. Ma poi li ho odiati altrettanto. A Londra si scherza ancora con questa storia, perché il caso ha voluto che ad una settimana di distanza dal concerto di Hyde Park, ci saranno le tre date a Wembley dei fratelli Gallagher. Che, per la cronaca, la prima sera hanno avuto qualche problemino d’audio.

Nel momento in cui entro nella zona recintata di Hyde Park (lato Marble Arch) destinata alle due serate dei Blur, questa storia riprende da dove si era “fermata”. Una storia che ha dentro tutto l’amore per l’Inghilterra, per la sua capacità di essere acuta e unicamente e meravigliosamente pop, per la capacità di deridersi e di viziarsi: di questo e dell’emozione che, da sempre, sanno avere per la musica gli inglesi, sono piene le 55.000 persone consumate sotto i 33°C di questo angolo di parco. E, manco a dirlo, sono piena anch’io. Per molti, le ottime premesse di questa reunion (i volti distesi e divertiti di Albarn e Coxon di nuovo insieme, la possibilità che dopo 10 anni il momento fosse davvero quello giusto e, di recente, i video dei precedenti warm-up gigs) hanno fatto di queste due date ad Hyde Park una sorta di trasferta obbligata: sembra incredibile, ma accanto a me  – tra i vari spagnoli, italiani e francesi – c’è una ragazza volata apposta dalla Nuova Zelanda. Il palco è enorme. Sulla sinistra c’è un pannello altrettanto alto raffigurante la mappa di Londra. Sulla destra, uno uguale, ma con la cartina dell’Inghilterra. Mentre scatta il lancio di bottiglie senza pietà a chi sale, a mo’ di bersaglio, sulle spalle di un amico, il sole che tramonta chiude la cornice. Emozione.

Otto e venti pm. È sulle note di quel primo singolo del ’91 che i quattro si fanno largo nell’euforia generale. ‘She’s So High’ è una cantilena che risplende, riff e parole ripetute in coro, trascinate dalle braccia alzate e dal sorriso di Damon, che sembra un ragazzino, incredulo e divertito, esattamente come noi. ‘The Hyde Parks will be amazing. It’s the best thing you could do in some ways, split up for ten years. When we put Hyde Park on sale, it was a punt, really – “D’you think we can fill it? Ah, fuck it, why not?” Then it sold out in two minutes and we were like, “Fucking hell! Really?” Actually, that was the most wonderful thing – that they were still interested.” Così diceva Alex James qualche giorno fa al Time Out. La sensazione che immediatamente e per tutta la performance si percepisce è che, sia sopra che sotto al palco, ci sia un’uguale e forte emozione, un genuino trasporto, un’energia positiva, adrenalinica come quella di una band all’esordio e capace di (far) godere fino in fondo di un piacere ritrovato e del rapporto col pubblico, come farebbero quattro musicisti (quarantenni) navigati. Due note sintetiche di ‘Girls & Boys’ ed il pogo anfetaminico ci risucchia. In Fred Perry nera, Damon salta, corre, fa le boccacce, sgrana gli occhi, sorride a Graham ed apre ripetutamente le braccia. Ed incredibilmente, sembra contenerci tutti. Parla delle due, intense settimane appena trascorse, poi attacca ‘Tracy Jacks’. Se il ritrovato feeling tra Albarn, Coxon, James e Rowntree non dovesse bastare a sancirne la splendida resa sul palco, la voce pulita e resistente del primo, il sapiente nerdismo punk del secondo (al massimo, stasera si tratta di brit rock), la raffinatezza sorniona del terzo e la foga (non) timida del quarto sono qualità che, aldilà del coinvolgimento di (sole?) 55.000, fanno la differenza. Attacca il riffetto funky di ‘There’s No Other Way’ e (ri)parte la follia. Il pubblico inglese è tra i più dangerous che ci sia e, da come salta e grida, sembra che Albarn vorrebbe stare qui in mezzo. In una scaletta non esattamente scontata, c’è posto per il trashy-punk di ‘Jubilee’ e per il ritornello languidamente british invasion di ‘Badhead’ (entrambe da ‘Parklife’ e con sezione fiati). Su ‘Beetlebum’ Damon imbraccia la sua chitarra con gli adesivi e ci fa “scivolare via”. Lui romantico, Coxon ruvido: il dualismo che li ha resi stasera (come allora) perfetti. ‘Out Of Time’ è introdotta dall’Albarn impegnato, con un riferimento alla guerra in Iraq a cui ‘Think Tank’ faceva implicitamente riferimento. Dopo un saluto al sole e uno alla luna (mentre Coxon se la ride…), l’inaspettata ‘Trimm Trabb’ è, per me, non solo una sorpresa, ma un brivido lungo cinque minuti: Damon scende le scalette del palco e (quasi) penetra tra la folla, con il corpo e con quel suo tono profondo della voce. Mentre canta “That’s just the way it is” si volta a guardare i compagni, sorridendo.

Descrivere a parole non basta. Forse, ci penserà un album a mettere in musica questa sinergia, incredibile, piena di sfumature, prima di disimpegno sfrenato e subito dopo di riflessione. Quando, timidamente, Coxon annuncia che canterà la prossima canzone, non chiediamo altro che “Take me away form this big bad world (…) So we can start all over again”. James si inceppa ed Albarn gli tira un’occhiata divertito. “We’re not making it difficult for ourselves to be good, where in the past we did that all the time. We weren’t like Radiohead, for example. They’ve worked very hard at being good at being Radiohead, whereas we made it very difficult for ourselves to be good a lot of the time by excessive drinking and just being awkward. I feel we’re going to fulfil our potential this summer. I think the landscape will be different as a result”. Diceva Albarn, sempre al Time Out, alla vigilia dei concerti. E non sbagliava. È il momento di quello che sarà il leitmotiv del concerto: non c’è neanche bisogno dei coristi, stavolta, per ‘Tender’. Ce ne sono 55.000 che intoneranno “Oh my baby, Oh why”: lunghi sing-along durante il ritornello, poi il reprise dopo la fine del brano (con la complicità del giullare biondo), poi una sorta di inno per richiamarli sul palco per i bis e infine un’eco che si estende per tutta la stazione della metropolitana (rituale tipicamente londinese). Sono passati 14 anni, eppure ‘Country House’ riaccende la fiamma brit pop proprio come in quel caldo duello del 14 agosto ’95 (‘Country House’ vs ‘Roll With It’ 1-0). Si canta tutta d’un fiato, poi si scopre un’altra faccia dei Blur. Parte la tripletta da ‘Modern Life Is Rubbish’. Megafono alla mano, Damon declama ‘Oily Water’ mentre intorno esplode un caos di luci e rumore e l’“ooh ooh hoo hoo” di Graham non può che ricordare la combriccola di Mr. Shields. La neo psichedelia di ‘Chemical World’ e il vaudeville caciarone di ‘Sunday Sunday’ (prima del quale Albarn prende tempo per allacciarsi le scarpe per la “corsa verso il pubblico”) fanno ripensare a quale variegato omaggio alla tradizione made in UK fu il loro secondo album: dentro ci sono british invasion, Syd Barret, David Bowie, The Jam, My Bloody Valentine e, solo alla fine, una (non troppo) ingombrante etichetta brit pop.

“I came out with the idea of this song in this park (boato) … I was living off Kensinghton Church Street, and I used to came into the park in the other end, and I used to, you know, watch people and pigeons..and all that stuff…”. Lo spirito di Ray Davies pervase quest’album dalla musica fino all’attitudine a trovare ispirazione attraverso i luoghi. Albarn lascia il palco all’icona cockney – Quadropheniana Phil Daniels che incita (come se ce ne fosse bisogno!) i presenti e attacca ‘Parklife’. Più di ‘Girls & Boys’, peggio della temuta ‘Song 2’, ‘Parklife’ è il sarcasmo fatto intuizione fatto musica fatto inno fatto puro divertimento. “All the people So many people They all go hand in hand Hand in hand through their parklife”: la descrizione perfetta di questo momento, anche come immagine. ‘Parklife’ ha 15 anni, ma molte delle sue canzoni c’hanno visto lungo, rimanendo, attraverso quel cinico disincanto misto a nostalgia, attualissime. Questo vale per la foga di ‘Parklife’ come per la commozione (letteralmente, almeno la mia) di ‘End of a Century’, per il romanticismo metropolitano di ‘To The End’ e per l’intensità di ‘This Is a Low’ quest’ultima, probabilmente, il momento di maggior empatia collettiva registrato finora nel 2009. Stasera, una delle migliori versioni immaginabili dei Blur è tornata a vivere.

“It’s a privilege that we have done nothing for so many years, and then come back to this…we feel really privileged, it’s incredible”. Con queste parole Damon Albarn introduce i bis. Parole che con semplicità riassumono l’eccezionalità di questa serata. Il primo singolo brit pop. Punk, sezione fiati, testo illuminato. ‘Popscene’ è un pezzo di storia del rock. Presente in nessun album ma immancabile dal vivo. Un distillato di euforia trasuda dagli ondeggiamenti sotto al palco. “Just repeat this again and again and again”. Ancora due pezzi assolutamente inaspettati si fanno largo tra gli immancabili. Dal punk di ‘Advert’ alla rassegnazione premonitrice di ‘Death Of A Party’ (che attacca nell’incredulità e nell’entusiasmo generale), si arriva attraverso i poco più di 2 minuti di ‘Song 2’, il cui intro crescente di Rowntree non fa che istigare la massa anglofona vogliosa di pogo. Gli ultimi due pezzi parlano da soli. ‘For Tomorrow’ e ‘The Universal’, chiudono un concerto memorabile con una bellezza, un’emozione e sì, un pathos, che si può (forse) solo immaginare elevando all’ennesima potenza le versioni su disco.

Altro che brit pop. A distanza di tempo, è evidente che i Blur, pur fondandosi su una spiccata componente british, sono stati molto altro e molto di più di quel genere. Il tempo e la genuinità della voglia di tornare a suonare insieme hanno fatto il resto. Pur considerando il mio (e generale) coinvolgimento emotivo, il particolare non irrilevante che i Blur non sono un gruppo di nicchia – sorta di gemma preziosa da andare a scovare – e il fatto che, per ora, si tratti di un ritorno totalmente rivolto al passato, senza nuovo materiale su cui mettersi/li alla prova, questo di Hyde Park è stato, senza dubbio, uno dei migliori concerti a cui ho potuto assistere negli ultimi anni. E, ovviamente, la domanda da un milione di dollari è: faranno un nuovo album? “I don’t think it’s hard to make music that isn’t the old songs. I think it’s actually giving it time and doing justice to it really. (…) We really don’t want to put ourselves under any pressure. I think we want to have fun with these gigs and then we’ll think about that really”. Disse Graham Coxon, qualche tempo fa, durante il programma 6 Music della BBC. Yes it really really really could happen.

Chiara Colli

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