Blur @ Hyde Park [Londra, 20/Giugno/2015]

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Sembrava la scena di un film. Il protagonista si sveglia, si alza, cerca di dare un verso ai suoi capelli schiacciati dal cuscino, si butta sulla sedia della cucina e fa colazione. Si strofina gli occhi, è stanco. Andare a dormire in un orario tale da presentarsi fresco al lavoro è una cosa che non imparerà mai. Va in bagno, si lava la faccia, si guarda allo specchio, si ferma. Poi dice “Ma ti pare che non torno a Hyde Park”? Qui finisce il film e comincia la vita, fatta di traffico, impegni, relazioni, chiacchiere. Ma ormai la macchina organizzativa è partita e l’unico pensiero è quello di cercare il modo per tornare nel più grande parco londinese a vedere la sua band preferita. Tre anni dopo l’ultima volta. Tre anni dopo averla vista nello stesso posto ed aver scritto il primo live report in esclusiva per Nerds Attack!.

Ogni ostacolo è superabile quando si tratta dei Blur, band che mi ha accompagnato dall’adolescenza all’età adulta in un susseguirsi di dischi, singoli, hiatus, voci di reunion, altre voci di reunion, voci di un nuovo disco alle porte, voci che assicuravano che un nuovo disco non sarebbe mai uscito, qualche pezzo nuovo, qualche tour, il nuovo disco. La paura era tanta quando è stato estratto il primo brano da ‘The Magic Whip’, album messo insieme in soli cinque giorni di session, in uno studio di Hong Kong. Ma non era meglio limitarsi a lasciare un buon ricordo e a fare qualche concerto celebrativo? questo il primo pensiero. Non era meglio, questa la risposta che mi sono dato dopo il primo ascolto completo del nuovo lavoro, acquistato, come da personale tradizione, su cd, nel negozio di dischi di Viale Giulio Cesare a Roma, divenuto nel mentre una sorta di freddo supermercato. Un disco maturo, ispirato, moderno. Con il tocco di Graham Coxon che si sente più nettamente rispetto a tutte le altre produzioni della band. Lavorare più degli altri a questo capitolo è il suo modo di scusarsi, dopo aver messo a repentaglio il futuro della band a causa delle sue dipendenze. Le date del warm up tour divennero subito inaccessibili, location minuscole e troppa spesa per raggiungerle. La speranza di una tappa italiana divenne vana poco dopo, almeno per quest’anno. Hyde Park, dunque. Si prendono contatti con gli amici che ci vanno, ognuno già organizzato a suo modo, ci si procura un biglietto per l’evento, si sale su un aereo a cifre sostenibili perché a orari impossibili, ed eccoci a Londra.

Il quinto atterraggio sul suolo della capitale londinese è pieno di sobbalzi, il volo ricco di turbolenze, la frase “Ma chi me lo ha fatto fare”? ripetuta mentalmente più volte, mentre la passeggera nel sedile di fianco, conosciuta a bordo, mi stringe il braccio in una morsa, per la paura. Scesi a terra è tutto alle spalle, si posa il bagaglio in hotel e ci si avvia comodamente, in underground, a Marble Arch, stazione più vicina all’ingresso della venue. Ecco i bagarini, che vendono biglietti a metà prezzo, sconfitti dal mancato sold out. Uno di loro mi chiede se ho il biglietto, con un tono di voce che tradisce le sue poche speranze. La mia maglia scolorita dei Blur, bianca con fascia orizzontale rossa e blu, acquistata tre anni fa proprio a margine del loro concerto, gli fa capire che non sono uno di quelli che avrebbe atteso l’ultimo minuto per acquistare il titolo d’ingresso. Sono le 3 pm passate e sono solo, ma in contatto telefonico con gli amici che ci dicono di essere già dentro, a una quindicina di metri dal palco. Percorro molto lentamente il chilometro che separa l’ingresso del villaggio British Summer Time dal palco. Do un’occhiata al parco, pieno di inglesi sdraiati sui teli, a bere birra, tante ragazze piene di brillantini in volto e corone di fiori sulla testa, noto la presenza di un palco più piccolo, dove suona qualcuno che non ascolta nessuno, mi fermo al grande stand del merchandising. Vorrei comprare tutto, ma prenderò soltanto due pinte di birre alla spina nello stand a fianco. La prima va giù come una bottiglietta d’acqua dopo una maratona, un po’ per sete e un po’ per sciogliere la tensione. La seconda viene centellinata, mentre tento di raggiungere gli amici. Dopo cinque minuti sarò con loro, a poca distanza dal palco, sul quale in quel momento suona “una di quelle robe che piace a Damon Albarn”, ovvero la band congolese Jupiter & Okwess International. Nella line up ci sono una decina di special guest, e quelli che abbiamo di fronte sono con ogni probabilità i meno speciali. Gli Horrors me li sono persi. Sono stati fatti suonare nel primo pomeriggio, e per soli quaranta minuti. Dopo aver storto la bocca, arriva il turno dei Metronomy, band assai amata. Joe Mount è lievitato, di fisico e capelli, la batterista e seconda voce Anna Prior è diventata più bella, nella scaletta ci sono tutti i nostri brani preferiti. Loro invece non sembrano essere adatti a quel contesto che non ne valorizza la musica e scuote ben poco i presenti, pur bendisposti, anche a causa di volumi troppo bassi, problema che resterà per tutta la durata dell’evento, tanto da far credere che più di un inconveniente si tratti di una precisa scelta.

Dall’antipasto si passa subito al dolce, mentre gli inservienti scoprono la scenografia fatta su misura per i Blur, posizionando tre coni gelati da 1.000 euro sul lato sinistro, tre amuleti cinesi, per la precisione dei pakua, già presenti sulla quarta di copertina del disco, al centro del palco, e un grande camion dei gelati sul lato destro, che simula quello usato per fare promozione a ‘The Magic Whip’ nei mesi precedenti. Sui grandi schermi alle spalle dei musicisti e ai lati del palco, ornato anche da due alberi di cartapesta giganti, appaiono dei visual molto coinvolgenti ed attinenti alla realtà. Le immagini di un parco soleggiato lasciano ben presto il posto a delle gocce di pioggia, le stesse che cadono copiose sulle nostre teste. Ci siamo vestiti come tre anni fa, per dimostrare a noi stessi di essere rimasti nella stessa forma, ma la felpa con cappuccio azzurro che ci copriva dalla leggera brezza dell’agosto 2012, nulla può contro la grandinata di giugno 2015. Ce ne curiamo il giusto, convinti che quando i Blur saranno sul palco potrà anche nevicare, tanto non ce ne renderemo conto. Intorno alle 8:15 le luci si spegneranno, mentre resteranno illuminati gli oggetti della scenografia. Tutta l’attenzione sarà per il camioncino dei gelati, dal quale proverranno gli stessi suoni sentiti in mattinata da un suo omologo su strada, in Oxford Street. Tra i brani in versione carillon, ci sarà anche spazio per uno stralcio di ‘O Sole Mio’. Poi silenzio, l’urlo della folla, e i Blur sono sul palco, primi nella storia a suonare per la quarta volta ad Hyde Park. Damon con bomber verde ed interno arancione, Fred Perry azzurra di maglia e non di piqué come quelle di noi comuni mortali, Graham Coxon a sinistra con la sua chitarra e la maglia a righe orizzontali, Alex James a destra col basso, Dave Rowntree dietro a tutti, alla batteria. L’apertura è con ‘Go Out’, prima canzone del nuovo album svelata al pubblico in contemporanea con l’annuncio del nuovo disco, e l’entusiasmo, nonostante il pezzo sia stato svelato solo pochi mesi fa, è subito alle stelle. Tutti intorno a noi cantano a memoria il pezzo, e si esaltano come se fossero davanti a una delle hit più famose. Ai posteri il giudizio, ma di certo questo brano non finirà nel dimenticatoio molto presto. Dopo ‘There’s No Other Way’, brano che ha già superato la prova del tempo, sarà il turno di ‘Lonesome Street’, altro estratto da ‘The Magic Whip’ e atmosfere molto simili al suo predecessore in scaletta. Prima di suonare Damon racconterà al pubblico il suo rapporto con i gelati e ne offrirà una decina agli spettatori delle prime file, preparati sul momento da un gelataio posizionato all’interno del camioncino che staziona sulla destra del palco. Come previsto da Albarn, i gelati si frantumeranno provocando un disastro, ma nessuno avrà di che lamentarsi, al massimo qualcosa di cui ridere. Dopo tre brani quelli tratti dal nuovo disco sono già due, ma al termine della scaletta saranno soltanto cinque: ci sarà spazio per ‘Thought I Was A Spaceman’, pezzo lungo e molto intimo, con tanto di menzione nel testo per il parco nel quale ci troviamo. L’allegra ’I Broadcast’, durante la quale verranno proiettati sui maxischermi alcuni video a tema nuovo album inviati dai fan. Infine ‘Ong Ong’, singolone e singalong, descritta dagli stessi Blur come una “garage band song”. Durante il pezzo verranno lanciati sul pubblico una serie di palloncini giganti raffiguranti lo smile, uno dei simboli usati dalla band per ornare la veste grafica dell’ultimo disco. C’è un pizzico di delusione per non aver potuto ascoltare altri brani nuovi ai quali ci eravamo affezionati, ma ci sono delle chicche per i fan di vecchia data, come ‘Badhead’, ‘He Thought of Cars’ e ‘Trouble In The Message Centre’ che ci soddisfano in pieno. Intanto Albarn invita la lunga distesa di presenti a soffiare verso le nuvole, per allontanarle e far smettere di piovere. Ma dopo qualche secondo, da buon realista, dirà “non ce la faremo mai”, con gli occhi azzurri a fissare il plumbeo cielo londinese, in un’immagine romantica subito colta dalla telecamera e mandata sugli schermi. Poco importa, è il turno degli inni: ‘Parklife’, con l’immancabile partecipazione di Phil Daniels e del pogo che non ti fa capire niente, se non che fare vita da parco, di solito, non ti riempie di lividi. ‘End of Century’, brano da noi così amato da farci sentire moralmente costretti, un anno fa, ad invadere il palco dell’Auditorium di Roma per abbracciare Damon Albarn nel corso di un suo concerto solista. Stavolta la frase “and the mind gets dirty, as you get closer to thirty” è modificata dal cantante con il Fifty finale, più vicino alla sua attuale situazione. ‘Coffee and TV’ è il momento di gloria di Coxon, che canta a testa bassa, ma la sua voce quasi non si sente, sommersa dal coro dei sessantamila. Quando uscì ‘Tender’, un gospel che voleva essere pop, pensammo che non sarebbe piaciuta a nessuno. Invece oggi, senza ombra di dubbio, è il motivo per cui molti decidono di assistere a un concerto di queste glorie inglesi che si mantengono ad altissimi livelli nonostante l’età e gli stravizi. I visual recitano ‘Love’s the greatest thing’, frase cardine del testo, in tutte le lingue del mondo, anche in italiano, ma solo per ultima, prima della versione originale. C’è ‘Song 2’ e il suo pogo feroce, dal quale riusciamo sempre a uscire senza nulla di rotto, senza alcuna spiegazione logica. Infine l’encore, quattro pezzi che sono la storia della band: la chicca ‘Stereotypes’, riproposta dopo anni, l’inno ‘Girls & Boys’, seguito gomito a gomito con una decina di energumeni inglesi, subito ribattezzati I Guerrieri della Notte, altezza media due metri e mezzo, apparsi a petto nudo al mio fianco da chissà dove e chissà perché. ‘For Tomorrow’, un racconto della vita moderna e la perfetta spiegazione del titolo dell’album che la contiene, ’Modern Life Is Rubbish’. Per chiudere, ‘The Universal’. Dolce, commovente, amara, poetica. Un finale perfetto. Gli inglesi spariscono in un nanosecondo, noi restiamo lì, sul terreno sabbioso di Hyde Park, con le scarpe infangate. A terra una quantità di oggetti smarriti che non basterebbe un palazzo per contenerli tutti: occhiali da sole, occhiali da vista, scarpe singole, suole di scarpe, ombrelli, indumenti vari. Pensiamo alle storie di queste persone, ora in giro per Londra senza vederci nulla, camminando scalzi, senza nulla per coprirsi dalla pioggia oggi o dal sole l’indomani. Ma d’altronde andare a un concerto è spendere soldi per qualcosa di intangibile, e perdersi qualcosa di materiale ma tornare a casa comunque felici è una lezione di vita che poche altre esperienze ti possono dare.

Andrea Lucarini
@Lucarismi

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