Blur @ Civic Hall [Wolverhampton, 5/Agosto/2012]

719

Quanto tempo ci vuole a scrollarsi di dosso 15 anni di vita? Una notte di agosto nelle West Midlands mi ha dato la risposta: sono bastati tre minuti. Come quelli intercorsi tra l’ingresso sul palco della Civic Hall di Wolverhampton di Damon Albarn, Graham Coxon, Alex James, Dave Rowntree, giusto il tempo di un “Good evening!” fino ad arrivare al primo ritornello di ‘Girls And Boys’, mentre venivo letteralmente travolto da un treno umano di british people poco british nei modi diretto verso le primissime file. Ed ero a un paio di metri dai Blur e di nuovo, almeno idealmente, negli sconfinati scenari dell’adolescenza, dove tutto era ancora possibile (per usare parole di Emidio Clementi).

I Blur sono stati la mia band dell’adolescenza, un amore lento e con lunghe pause, nato col disco omonimo giusto poco prima che il secondo singolo di tutti i tempi, ovvero i due minuti e due secondi da kappaò di ‘Song 2’ diventassero “la canzone di FIFA’98”, un amore nato paradossalmente dall’odio verso gli Oasis, non degni d’esser ritenuti nuovi Beatles dall’allora beatlesianissimo sottoscritto. Un amore già provato da un rapporto inizialmente contrastante con ‘13’ e poi lentamente esploso quando la band non c’era più (ovvero già da prima di ‘Think Tank’). Nel 2009, la poca prontezza di riflessi per accapararsi i biglietti per la rentrée trionfale ad Hyde Park, bruciati in un battito di ciglia, e l’impossibilità di vederli poi altrove.

In un giorno di febbraio di tre anni dopo, l’annuncio di un ennesimo concerto nell’enorme parco londinese in concomitanza con la fine dell’evento olimpico, i miei tentennamenti e rimproveri, avendo da poco investito in altri concerti e festival e la speranza di altre date. Macché, solo un paio di apparizioni in Scandinavia e le voci per cui potrebbero sciogliersi nuovamente e definitivamente dopo Londra e, qualche giorno dopo, l’aggiunta di quattro concerti in tre città non proprio centrali d’Albione, un mini tour per prepararsi al megaevento, quale miglior possibilità di godersi una band che si esibirà ancora di fronte a centomila persone prima di (forse) non esibirsi mai più? E via con la scelta d’acquistare i biglietti per le due date di fila a Wolverhampton e l’appuntamento col destino certificato dalle ferree regole per cui io e solo io armato di documenti e carta di credito avrei potuto ritirare i miei biglietti alla venue, impedendomi qualsiasi possibilità di vendita a malincuore. E trasferta fu, dunque e finalmente, con arrivo a Manchester omaggiato dall’esecuzione su Ipod di ‘Suffer Little Children’ degli Smiths e spostamento in quella che Lonely Planet qualche anno fa piazzò fra le cinque peggiori città del mondo.

Ecco, in effetti Wolverhampton non è esattamente una cittadina ridente, di domenica pomeriggio, con un tipico clima inglese, avrò incontrato forse una ventina di persone in giro. Arrivato alla venue, penso che non so cosa sarebbe della gioventù cittadina senza la Civic Hall, leggo dell’esibizione dei P.I.L. qui solo due giorni prima, ne approfitto per una puntata al Numa Pub là vicino e incontro di persona gente conosciuta online con cui dividere birre e discussioni pre-show (e pure aftershow). La consegna del biglietto procede liscia ma mai m’è capitato di dover esibire per due volte carta d’identità e carta di credito a un concerto. Entro nella sala che sul palco ci sono già The Bots, due fratelli adolescenti californiani di 14 e 18 anni che leggo essere la ‘punk band del momento’ – a breve apriranno in UK anche per i Refused. Emendabili, divertenti per quattro-cinque pezzi, dei White Stripes con più adrenalina ma non capisco tanto hype. Si nota già che il suono della venue è, per usare un eufemismo, nient’affatto ottimale.

Arriva il momento in cui si vedono scendere quattro figure dalla scala a sinistra del palco, le luci si spengono e io mi sento davvero emozionato come un quattordicenne, del resto qui di ragazzini ce ne sono tantissimi, abbigliati spesso con t-shirts di new-fake-NME-sensations. Mi vedo catapultato con somma gioia, come già descritto nell’introduzione, nelle primissime file e m’abbandono a null’altro che felicità, immortalando nella mente le istantanee di Damon Albarn dal sorriso metalizzato che stappa svariate bottigliette d’acqua e cosparge noi sotto prima di esibirsi in salti scatenati sui brani di ‘Parklife’ che battezzano lo show: oltre a ‘Girls & Boys’, una ‘London Loves’ eseguita in queste date dopo un digiuno di 18 anni, ‘Tracy Jacks’ e ‘Jubilee’, inizio elettrizzante che non ammette repliche, proseguito con altri due pezzoni nel codice genetico della musica britannica degli ultimi 20 anni come ‘Beetlebum’ e ‘Coffee & TV’. Per dar un attimo di pausa a un pubblico troppo fomentato da una sequenza iniziale così, ben vengano ‘Out Of Time’ resa ancora più speziata dall’oud di Khyam Allami e il ripescaggio della b-side ‘Young & Lovely’, dedicata da Damon alla piccola figlia del capo della sicurezza, affacciata alla balaustra, cui poi tutta la sala canterà un ‘Happy Birthday’.

E’ durante questi minuti che riesco finalmente a soffermarmi a guardare davvero il palco, ad accorgermi della presenza di quattro coristi e tre fiati e ad ammirare gli altri Blur: Alex James è un sorriso con un basso in mano, Dave Rowntree, confermando l’apparenza nerd, sembra il fulcro delle operazioni, Graham Coxon pare un adulto che gioca a far il ragazzino, si muove e agita ma mi pare vagamente sfatto e anche in debito di fiato cui reagisce tracannando birra. Ecco: degli adulti fuori, segnati dalla vita che tanto hanno mangiato ma ancora ragazzi dentro e che, me ne fotto di quanto pensino, si divertono ancora e sono convinti, basta ascoltare quanto viva suoni la chitarra di Graham e come svetti durante ‘Trimm Trab’ che pure è il momento per un’altra istantanea della serata, con Damon che si affaccia sul pubblico, sostenuto dalla security e mi esplode letteralmente in faccia l’urlo a metà del brano, ne approfitto per tirargli un buffetto. Insieme alla liquidità psichedelica della straordinaria ‘Caramel’, mai eseguita prima di questo tour, le mie favorite da ’13’, questa doppietta è tra gli apici della serata.

Per riprendere a muoversi, a sudare, a farmi sentire ancora un teenager, arrivano poi ‘Sunday Sunday’, ‘Parklife’, ‘Country House’, nel mezzo la nuova ‘The Puritan’ e una sorprendente ‘Oily Water’, con Damon al megafono in un crescendo talmente eccitatante che sia lui che Graham cadranno a terra sui feedback rumorosi in coda, fino all’inevitabile orgasmo di ‘Song 2’ seguito, com’è giusto, dalle coccole: una struggente ‘No Distance Left To Run’ in cui puoi vedere perfino commozione negli occhi di questo splendido 44enne che per l’occasione imbraccia una chitarra acustica, ‘Tender’ e ‘This Is A Low’ per riempire la sala di pathos e intensità, al punto che per richiamare la band al bis si alza il coro spontaneo “Oh my baby / Oh my baby / Oh why / Oh my”. Non riesco praticamente a sentire ‘Sing’ per via del suono troppo saturo mentre l’altra nuova ‘Under The Westway’ mi impressiona favorevolmente. Rido come un matto per lo scombinato ‘Intermission’ e mi emoziono ancora ridendo su ‘End Of A Century’ e per gli sguardi complici di Damon a Graham, urlo a squarciagola il dovuto singalong di ‘For Tomorrow’ e aspetto, spero e poi chiudo gli occhi per l’inevitabile infinito di ‘The Universal’. Ed esco continuando a sorridere, ho visto i Blur, ho rivisto la mia adolescenza, what else?

(La serata dopo ci sarà la stessa setlist tranne che per la graditissima proposta di ‘Colin Zeal’ invece di ‘Oily Water’, un pubblico più scatenato che mi costringerà a tirarmi fuori dalle più compresse prime file, soprattutto dopo aver attentato ancora all’incolumità dei miei occhiali, non riuscirò di nuovo a sentire ‘Sing’ e Damon, credetemi, per caso o no mi darà una mezza manata durante ‘Country House’…)

Piero Apruzzese

2 COMMENTS

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here