Blues Pills @ Teatro Quirinetta [Roma, 20/Febbraio/2016]

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Il Quirinetta è senz’ombra di dubbio una delle migliori venue di Roma, certo di sabato sera in pieno centro, se non si è baciati dalla fortuna si rischia di metterci un po’ più del previsto a trovare parcheggio e di perdersi metà set del gruppo spalla. A dire il vero, appena varcata la soglia la prima domanda è stata “oddio, ma hanno già iniziato?” no, erano ancora i Pristine. A trarre in inganno sono stati sia il sound simile che la voce femminile, ma per quel poco che ho potuto ascoltare devo dire che la band norvegese special guest del tour dei Blues Pills non è affatto male, anzi vi dirò di più, col senno di poi probabilmente meglio loro dei più famosi colleghi svedesi. La cornice è davvero d’altri tempi, l’atmosfera classica del teatro Quirinetta, con il gigantesco telone in perfetto stile vintage 60/70’s della band, mi rimandano a quando mio padre mi raccontava di aver visto Jimi Hendrix al Brancaccio o i Beatles all’Adriano (prima che diventasse un cinema). La band capitanata dalla bella e talentuosa Elin Larsson è accolta da una sincera ovazione da parte del nutrito pubblico. Considerando che il Quirinetta contiene 700 persone direi che almeno a 500 ci siamo ed è un buon risultato per un gruppo revival di cui, almeno personalmente, non ho ravvisato numerosi passaggi in radio o martellanti campagne pubblicitarie.

Il look della band rispecchia fedelmente quello che ci si aspetta, fortunatamente in maniera genuina e senza quindi esasperare e sfociare nella “mascherata hippie” della situazione. Rock’n’roll a tinte blues marcato anni ’70, per quanto la presenza scenica sul palco sia poi totalmente affidata alla frontwoman Elin, dal momento in cui gli altri membri sono piuttosto statici, ad eccezione del batterista André Kvarnström. I pezzi scorrono in maniera sostanzialmente godibile e nulla più, brano dopo brano il piacevole effetto sorpresa iniziale per la voce e le movenze di Elin, sommate al groove che rimanda un po’ agli Allmann Brothers, un po’ ai Grand Funk Railroad, un po’ a chi altro vi pare di quel periodo, lasciano spazio ad un appiattimento senza tumulti di sorta. Inizio ad estraniarmi ed a formulare alcune considerazioni, la maledizione che colpisce chi vuole fare un revival ’70 è così inevitabile? C’è un riff che pare copiatissimo da ‘Whole Lotta Love’ (neanche uno a caso) e in generale parlo del ricordare costantemente qualcun’altro, sempre e comunque. La costante è chiedersi sempre chi ti ricordi la canzone successiva, segno che forse sia giunto il momento di constatare che questo genere (che amo, per carità) è il più saturo di tutti, oppure quello in cui non si è mai riusciti davvero ad evolversi, a differenza della psichedelia per esempio. Cerco di pensare ad altre band moderne dello stesso filone che mi fossero piaciute recentemente, o anche che semplicemente mi ricordi, gli unici sono i Radio Moscow, un sapiente mix tra Sabbath e Hendrix con approccio duro e puro, ma abbastanza destinati loro malgrado a rimanere confinati nell’underground. Il giudizio impietoso è che forse i Blues Pills non saranno tutto fumo e niente arrosto, ma decisamente neppure qualcosa di impressionante, sorprendente o degno di nota. La stessa Elin dopo un po’ risulta sempre piuttosto simile a sé stessa ed i suoi compagni di band (in particolar modo il chitarrista francese Dorian Sorriaux) non emergono mai singolarmente e i brani ne risentono, risultando tutti simili e “ordinari”, senza infamia e senza lode, ma al netto delle capacità individuali, quello che manca è sempre la componente che ti faccia sobbalzare o ti faccia entrare in testa qualcosa, che sia un riff o qualsiasi altro elemento che funga da “ingrediente segreto” e ti renda unico. Questa visione l’ho riscontrata anche nella totalità degli amici che ho incontrato al concerto e con i quali commentavamo durante e dopo il concerto, con discorsi che iniziavano tutti con il medesimo “sì per carità, sono bravi eh, PERO’…”. Ad un certo punto vado in bagno e mentre esco mi succede una cosa stranissima, per non dire da brividi, alla mia destra sento i Blues Pills che suonano, alla mia sinistra invece si sta preparando la situazione per il djset post concerto con ricambio di pubblico che dovrebbe rinverdirsi e dalla sala adiacente arrivano le note nientemeno che di ‘Tanti Auguri’ della Carrà. Certo, io me la immagino la scena in cui si saranno detti “Di là stanno facendo roba anni ’70, che possiamo mettere noi di simile? La Carrà! Genio! Genio!”. Due scuole a confronto, mi sono ricordato di essere in Italia, ho avuto un momento di nausea e labirintite… poi sono fuggito senza voltarmi nella sala concerto. A quel punto l’altra domanda che mi pongo è: ma un ragazzino tra i 9 e i 14 anni che vede un gruppo come i Blues Pills oggi, che pensa? Esiste speranza che consideri tutto questo “fico” o ne sia in qualche modo attratto? Non lo so, io lo spero, ma boh. Non mi sono messo a fare un censimento, ma dalle varie occhiate che ho dato in giro l’età media mi pareva fosse dai 30 (o poco, anzi, pochissimo meno) in su. Se per qualche motivo una band del genere riuscisse almeno ad incuriosire le nuove leve, avvicinandoli ad un universo musicale lontano e per non dire dimenticato, più di quanto non possa fare la nuova serie Vinyl per esempio, sarebbe già un traguardo, spero di essere smentito, ma per il momento resto scettico.

Niccolò Matteucci

Twitter: @MrNickMatt

Foto Alessandro Bonini

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