Blue Oyster Cult @ Stazione Birra [Roma, 4/Giugno/2008]

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La mia proverbiale ansia da ritardo mi catapulta al botteghino novanta minuti prima dell’inizio del concerto, non arrivo comunque in tempo per acquistare la maglia della storica formazione di Long Island. Il banchetto ha già finito l’unico articolo in vendita prima ancora che il grosso del pubblico raggiunga il locale: una maglia nera con il logo del gruppo in bianco sulla parte anteriore e le date del tour stampate sul retro. Mentre in sala vengono proiettati su tre schermi concerti recenti di Kiss e The Who, sorseggio una media bionda dando le spalle al banco del bar. Intercetto facce note ormai dimenticate, poi arrivano alla spicciolata redattori capo, affermati giornalisti barbuti, commessi di negozi specializzati, speaker radiofonici, famiglie intere con figli al seguito, incalliti collezionisti, attempati rocker, musicisti locali, giovani capelloni e ragazze in tiro, rimango allibito dalla varietà dell’audience, pensavo di incontrare poche teste ingrigite e invece mi ritrovo nel bel mezzo della folla più variegata che mi sia capitato di vedere. L’atmosfera è rilassata, ai tavoli si serve il menù fisso che avevo notato su un flyer all’ingresso: 20 bombe per antipasto, primo, secondo, contorno e dessert, birra a parte. C’è chi si strafoga in galleria mentre il sottoscritto ordina la seconda bionda. Nel locale l’afflusso è continuo, c’è chi ha guidato da Vicenza, Firenze e Napoli per non mancare alla prima data Europea, unica Italiana dei Blue Oyster Cult, si formano capannelli di appassionati, dialogano in maniera composta, la birra scorre a fiumi, non poteva che non essere così in un locale con cotanto nome! Le spie dei monitor sono accese, i maxischermo spariscono, le luci si abbassano, è ormai ora. Mi reco davanti all’asta del microfono dove spero si posizioni Buck Dharma, sono le 22:36 e il concerto ha inizio.

Il riff di ‘This Ain’t The Summer Of Love’ apre le ostilità, Eric Bloom, con pizzetto e occhiali scuri d’ordinanza, sfoggia l’inseparabile Gibson “Diavoletto” nera mentre Dharma che come speravo è proprio davanti ai miei occhi, indossa una camicia con fiamme stile biker su fisico da ragioniere in pensione; imbraccia un’orribile chitarra rossa senza paletta, odio queste modernità. Il sound è compatto, forse il volume poteva essere alzato leggermente, ma la classe (grazie a Dio) è ancora intatta e la folla se ne rende conto immediatamente. L’ovazione tributata alla fine del brano la dice lunga sulle aspettative dei presenti. Il clima è già bollente, i due superstiti della formazione originale (Allen Lanier, che aveva partecipato all’ultimo lavoro in studio ‘Curse Of The Hidden Mirror’, si è ritirato definitivamente dalle scene nel 2007) sono affiancati da Danny Miranda, già da tempo collaboratore dei newyorkesi e attualmente bassista dei riformati Queen con Paul Rodgers, dal chitarrista/tastierista Richie Castellano e dal batterista Jules Radino. Bloom, voce integra, ci tiene a precisare le origini italiche dei tre che gentilmente ringraziano i napoletani in prima fila che gli intonano ‘O Sole Mio’ a gran voce. Si prosegue con un improvvisato greatest hits dove non possono mancare i pezzi forte del repertorio, ‘Cities On Flame’, ‘Godzilla’, ‘Don’t Fear The Reaper’, ‘ME262’, ‘Buck’s Boogie’ e una versione al fulmicotone di ‘Then Came The Last Days Of May’ con i chitarristi lanciati in duelli che lasciano a bocca aperta; strepitosi i fraseggi di Dharma (che ora si esibisce con un’orribile strumento a forma di Emmental Svizzero) accompagnati dalla sua classica mossetta del collo. La cosa che mi sorprende positivamente è la risposta del pubblico, giovani, meno giovani uomini e donne conoscono i brani a memoria, cantano e si sbracciano impazziti, ‘Burning For You’ si trasforma in un gigantesco karaoke, un trionfo. Nelle doverose pause per prendere fiato superflui assoli di basso e batteria ci intrattengono. L’ultima ‘Dominance And Submission’ viene cantata dall’ottimo Richie Castellano, il congedo con bicchieri al cielo e appausi a scena aperta. Uniche note dolenti per chi scrive l’assenza ingiustificata di ‘Astronomy’, ‘ETI’ e ‘Flaming Telepaths’, e la lunga chioma impomatata del mio vicino, prima di uscire ordino un’ultima pinta per cancellare la puzza oscena che ho respirato per l’ora e mezza abbondante di concerto. Standing ovation!

Alessandro Bonini

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