Blood Red Shoes @ Muzak [Roma, 30/Marzo/2014]

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E poi càpita che una domenica le tue più grandi passioni si accavallino. Non così tanto da costringerti a scegliere, ma quanto basta per spingerti ad un tour de force per godere di entrambe. Così, al termine di una giornata che ti ha visto andare fino alla Città del Tricolore, vedere, vincere e rientrare nel G.R.A. a tempo di record, ti ritrovi catapultato al Muzak, locale nel cuore di Testaccio, con una stanchezza che ne basterebbe mezza e nella testa le immagini delle amene località che hai visto scorrere lungo il percorso autostradale. L’arrivo è shock: già da fuori si sente un gran baccano, quel genere di casino organizzato che hai imparato a conoscere ed apprezzare con il nome di punk. Dopo aver svolto le pratiche di ingresso ti avvicini al palco e ti accorgi che a fare il rumore che sembra quello di un nutrito gruppo di hooligans, sono soltanto due ragazzotti, visibilmente britannici, che suonano quasi in mezzo al proprio pubblico.

Gli Slaves sono un duo garage punk proveniente dal Kent e nell’ultimo semestre hanno fatto uscire l’album d’esordio ed un successivo EP. Il cantante, Isaac Holman, è anche batterista e interpreta questo doppio ruolo stando in piedi e malmenando i piatti con un’intensità tale da farci temere il peggio per l’incolumità delle povere bacchette che tiene tra le mani. La sua camicia a quadretti a manica corta, ordinatamente inserita nei pantaloni eleganti, gli durerà indosso giusto qualche pezzo, prima di essere lanciata alle sue spalle nel corso della performance. Accanto alla figura appena descritta c’è il chitarrista e seconda voce Laurie Vincent, braccia ricoperte di tatuaggi e polo verde acqua nei pantaloni, come il suo sodale, ma tenuta su fino al termine del set. I due, specie il primo, sono loquacissimi, e tra le altre cose diranno di amare pane e formaggio come gli europei (i britannici devono sempre sottolineare di non dare molto peso a quello che dicono le cartine geografiche) e di essere tristi per l’assenza di alcol. Saranno così convincenti in quest’ultima frase da spingere Steven Ansell dei Blood Red Shoes a soddisfarli, porgendogli una lattina di birra. Di birra in corpo, nel senso metaforico del termine, non gliene servirebbe poi molta, visto quella che dimostreranno di avere nel breve, ma brillante live. Il pubblico verrà conquistato dai brani tipicamente punk e dalle provocatorie castronerie, così i due potranno festeggiare il successo, a concerto finito, nella sala in cui si trova il bar, facendo tutto quello che ci si aspetta da dei punk inglesi: consumare alcol a fiumi, rompere bicchieri di vetro e vivere una partita a biliardino come fosse una finale del Mondiale.

Dopo una pausa di quindici minuti che dedicheremo a un rapido pasto – non di sola musica ci si nutre – rientreremo al Muzak per l’esibizione degli headliner di serata. I Blood Red Shoes, duo inglese di Brighton, sono giunti al quarto album ed hanno un nome d’arte mutuato da una frase della ballerina americana Ginger Rogers, la quale dichiarò in un’intervista che provando intensamente il suo ruolo in un musical rese rosso sangue le sue candide scarpette da ballo. Quando appaiono sulla scena Laura-Mary Carter, chitarra e ampia t-shirt dei Led Zeppelin, e Steven Ansell, batteria e caschetto biondo, il pubblico è quasi raddoppiato rispetto a quello presente per l’opening act, occupando però meno metri, poiché a differenza di quanto accaduto in precedenza, è accalcato sotto il palco. Tutti vogliono assistere al live da una posizione privilegiata, ma questa piccola caverna è molto selettiva per quanto riguarda la visuale, ottimale solo per pochi eletti. Noi ripariamo lateralmente, sotto l’archetto che porta dalla sala concerti al bar, con il dettaglio da non sottovalutare di trovarci in linea d’aria a non più di tre passi dagli artisti. Il recente album omonimo, registrato durante un lungo soggiorno a Berlino, rilasciato dalla loro etichetta Jazz Life Records e prodotto da John Agnello (già al fianco di Sonic Youth, Dinosaur Jr e Kurt Vile) non sarà spesso chiamato in causa nel corso della serata: solo 5 su 18 saranno i brani tratti da lì ed inseriti in scaletta. L’apertura avverrà con ‘Welcome Home’, breve strumentale che dà il via anche all’ultimo full lenght, mentre dal secondo brano, la celebre ‘I Wish I Was Someone Better’, tratta dal disco d’esordio ‘Box Secrets’, si partirà con le tracce con parte lirica, dove il contributo vocale dei membri si alternerà in quanto a preponderanza, ma senza perdere mai in qualità ed armonia. Attingeranno molto dai primi due album ed i brani tratti da quei lavori sembreranno avere una marcia in più. Le sensazioni che ci lascerà il live saranno ottime: i volumi molto alti aumenteranno il coinvolgimento e nessuno dei presenti sembrerà guardare l’orologio o assentarsi dalla tensione del set che, svolgendosi vicinissimo agli spettatori, non faticherà a creare quel senso di comunione e di unione bramato dagli artisti e dai loro fan. Anche Ansell, parlando ai suoi dirimpettai, non potrà fare a meno di notare questo aspetto, affermando che nonostante si trovino a suonare nella location più piccola tra quelle battute nel corso di questo tour, apprezzano molto il faccia contro faccia che si può ottenere in locali di questo genere. La graziosa (nell’intervallo tra un brano e l’altro e dopo il concerto) quanto aggressiva (sul palco) Laura-Mary testerà invece il gradimento del pubblico nei confronti degli Slaves e svelerà di aver ricevuto in regalo delle rose dal cantante degli stessi, dando così i quindici secondi di celebrità agli immancabili ambulanti di Testaccio. Dopo 17 brani chiusi con una ‘Je Me Perds’ cantata, o meglio, urlata da entrambi, a grande richiesta – anche perchè il pubblico deve spostarsi per farli andar via e non ne ha alcuna intenzione – verrà proposto ’Surf Song’, pezzo strumentale (dopo l’apertura, niente parole anche in chiusura: il cerchio si chiude) in cui i due si scambiano ruolo, posizione sul palco e soprattutto gli strumenti, dimostrando di essere più che abili anche cimentandosi con qualcosa di diverso rispetto a quello che hanno suonato fino a quel momento. Giusto il tempo di farsi siglare dal duo un 7” di ‘Don’t Ask’ e ci si dirige verso l’uscita, annebbiati dalla stanchezza che al termine del live si fa sentire in tutta la sua veemenza. Nel viaggio in macchina i bei ricordi di questa lunga giornata si mescolano, nella mente messa a dura prova: che gran palla quella recuperata da Ansell e come picchiava forte sulla batteria Taddei… O forse era il contrario?

Andrea Lucarini