Blood Ceremony @ Traffic [Roma, 9/Giugno/2017]

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Non avevo mai incrociato questi The Admiral Sir Cloudesley Shovell nelle mie scorribande “webbiche”, mai visto un disco, mai una recensione che mi potesse incuriosire, così una volta messo piede nella sala del Traffic ho avuto l’impressione di essere entrato nella macchina del tempo. Siamo nel 1971, sul palco un trio di chiare origini britanniche propone un ibrido di hard rock, garage e pub rock grezzo e senza pause con volumi mostruosamente alti. Una manciata di singoli e tre album per Rise Above all’attivo da cui attingere, un festival del riff che tra salti alla Pete Townshend del bassista e pose da rockstar del chitarrista Johnny Gorilla riportano in vita gruppi come Dust, Sir Lord Baltimore, Buffalo, Rose Tattoo, AC/DC, MC5, Budgie e Status Quo. Ci troviamo nei territori più aspri e duri dell’hard rock, farciti da dosi incessanti di boogie, svisate e urla al limite della sopportazione. Alla batteria Serra Petale, (già con la all girl band Los Bitchos) una giovane ragazza con i capelli raccolti a coda di cavallo e un’abbondante maglietta bianca come dovesse andare al mare, è lei la star della serata, una furia inarrestabile che picchia con potenza e precisione con il volto stravolto dalla fatica dettando magistralmente i tempi ai due maschiacci che si trovano davanti a lei. Internet mi dice che è un’istruttrice della London Music School, veramente un ira di Dio da promuovere con lode. Purtroppo voce (poca) e un repertorio un po’ troppo ripetitivo non fanno decollare come meriterebbero questi mattacchioni (andatevi a vedere il simpatico album fotografico) di Hastings, brutti, sporchi e cattivi. Da apprezzare su disco dove le magie e artifizi alla consolle fanno miracoli. Tutt’altro discorso va fatto per i Blood Ceremony che avevo apprezzato su disco e volevo testare live. Il quartetto Canadese che vede alla voce l’affascinante cantante/tastierista/flautista Alia O’Brien riesce efficacemente a riproporre in sala le sonorità dei lavori in studio. Quelli che abbiamo di fronte sono quattro musicisti preparati, disciplinati e affiatati tra loro, ma un po’ troppo diligenti nel proporre un repertorio che fonde riff alla Black Sabbath, attacchi d’organo degni del miglior Ken Hensley e frequenti incursioni di flauto traverso che naturalmente rievocano i Jethro Tull. Tutto perfetto, i suoni, l’esecuzione e i pezzi, manca quell’istintività e sregolatezza e perché no imperfezione per farsi travolgere completamente. Una performance magistrale priva di sbavature, condita da citazioni un po’ troppo evidenti, penalizzata in parte dalla tastiera sistemata al centro del palco che impedisce alla O’Brien di lasciarsi andare completamente e farsi ammirare come invece la collega Elin Larsson dei Blues Pills fa magistralmente. Bravi 7+.

Alessandro Bonini

Foto dell’autore

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