Blondie @ Circolo Magnolia [Segrate, 3/Settembre/2014]

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Non pensateci neanche. Non starò qui a spiegarvi l’emozione di una “prima volta”. La nostra prima volta. La prima volta dei Blondie in Italia. Di come improvvisamente tutto si sia fermato sulle teste di noi arrivati all’altare del Magnolia e di una New York che inevitabilmente è svanita chissà dove. Nostalgia. Fai appena in tempo a riordinare la tua vita, i tuoi ricordi, a nascondere qualche foto sbagliata che i 40 anni sono già fuori la porta. Seri, serissimi. Prima di uscire in direzione Novegro Idroscalo, prima di arrivare dove l’estate è ancora saldamente arroccata, mi sono piazzata davanti allo specchio verticale che domina la stanza. Ma non so bene cosa stavo cercando. Sono rimasta qualche secondo ancora, poi ho sistemato i capelli da una parte, girata di profilo, spento la luce mentre ero ormai in corridoio. Strane sensazioni quelle autentiche di un evento. Debbie Harry è ancora un’icona. Idolatrata, venerata ovunque, dovunque, da 40 anni. Stile e personalità. Bellezza e coerenza. A luglio ne ha compiuti 69 (sessantanove). Ma dentro quel vestitino a righe, con i “soliti” colori bianco e nero, con gli immancabili occhiali da sole, con il biondo platino a riflettere addosso alla serata parsa limpida (solo a me?), con qualche evidente ritocchino facciale, con quelle movenze intorno alle quali prova ancora ad essere un animale sensuale (solo qualche mese fa ha rivelato la sua eterna bisessualità), Debbie di anni sembra averne la metà. Non ho occhi che per lei. Mio padre sarebbe fiero di me (l’amava alla follia e non solo per il suo passato come coniglietta di Playboy!). Il concerto si è ben presto trasformato in una festa a celebrare la “raccolta” di successi (una quindicina) proposti da una band giusta amalgama tra vecchio e nuovo. Da una parte la diva di Miami, Chris Stein e Clem Burke, dall’altra i cadetti Leigh Foxx, Matt Katz-Bohen e Tommy Kessler. Da ‘One Way or Another’ fino alla meravigliosa ‘Dreaming’. Nel mezzo gli immancabili regali ai conti in banca dei Nerves e dei Paragons, ‘Atomic’, ‘Call Me’, ‘Heart Of Glass’ (il punto più alto delle manine al cielo mentre volano i “beautiful”…) e l’odiosissima (l’unica) ‘Maria’. Non mancano le nuove ‘A Rose by Any Name’ – certamente migliorata dal vivo rispetto alla sintetica versione originale – ‘Sugar On The Side’ e ‘Mile High’ (che avevano eseguito agli NME Awards), ripescaggi dell’altro ieri (la graziosa ‘What I Heard’), la dimenticata ‘Rapture’ e forse qualcosa d’altro. Impeccabili. Integri. Ma l’unica vincitrice è sempre lei. Quell’icona intramontabile che sorride e ammicca alla folla, che ha ancora voglia di stupire, di rimanere su quel trono che probabilmente nessuno/a è mai riuscito/a veramente a mettere in discussione. Menzione speciale a Chris Stein. Il compagno di una vita (in tutti i sensi) nascosto dai proverbiali occhialoni, imbiancato, autentico esempio di stile, dell’idea new wave che oltrepassa epoche e mode. Un tripudio finale. Un tributo sincero. Una prima volta da ricordare. Con il cuore a mille, le mani sudate e il vestito della festa.

Silvia Testa

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