Blonde Redhead @ Villa Ada [Roma, 18/Giugno/2007]

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WARM UP
Per la terza volta in meno di quattro anni, il gruppo Italo-Nippo-Americano torna ad esibirsi in quel di Villa Ada per il festival estivo Roma Incontra il Mondo. Per l’occasione la crew di Nerds Attack (io al completo) non può mancare, ed è presente sul luogo con largo anticipo. Ho tutto il tempo di prendere una birretta tanto cara quanto piccola, acquistare ad un prezzo ridicolamente basso il primo album degli X-Ray Spex e assestare un educativo calcio alla bimba vergognosamente grassottella che tenta (fallendo) di saltare alla corda. Mi accomodo nelle prime file, ancora vuote, e i Port Royal salgono sul palco. Per l’occasione, il combo genovese si presenta in ranghi ridotti per presentare “Afraid To Dance”, loro secondo lavoro sulla lunga distanza: due elementi (su cinque) a destreggiarsi tra laptop e synth. La coppia fa emergere dalle macchine accordi caldi e circolari, cui si aggiungono, in un mesmerico processo di stratificazione, percussioni, voci campionate e altri orpelli sonori. Le atmosfere notturne si dilatano in trame sospese tra ambient e post rock. La formula, per quanto interessante, sembra più adatta ad un luogo più intimo di quello di un parco ed è parzialmente penalizzata sia da problemi tecnici (le timbriche basse escono pesantemente distorte dalle casse), sia da un certo autocompiacimento dei nostri, che trascinano i pezzi in un minutaggio eccessivo, finendo, alla lunga, per sfilacciare l’attenzione. Rimandati alla prossima, magari in formazione completa e in un contesto più consono.

POLE POSITION
Osservo compiaciuto la mia posizione, che mi permette di avere una visuale perfetta, quando i trenta centimetri quadrati che occupo vengono invasi dall’unico fan di Priebbke nel raggio di miglia, da un bamboccietto rasta uscito da uno spot della TIM, e dal figlio bastardo del dott. Freudstein e di Ian Curtis. Sarà dura mantenere la calma e lo spazio, specie considerando le occhiate di bragia che ci lanciamo. Aumenta la tensione.

COME NIKI LAUDA
Intorno alle 22.30, accolti dai gridolini isterici del rastamano (che finalmente smette di raccontare che studia filosofiablablabla…), gli allampanati gemelli Pace fanno il loro ingresso sul palco e lady Makino, vestita in hot pants (mai nome fu più appropriato) neri e in camicia grigia arrotolata fin sulle maniche, appare in tutti i suoi centimetri di splendore. Ai Blonde Redhead (ehm) bastano i feedback distorti-ma-eleganti di “Spring And By Summer Fall”, secondo pezzo in programma, per mettere a tacere tutti gli indiesnobs che gli accusano di imborghesimento: chi non se la gode si merita un francescoferndinando del piffero qualsiasi finché campa. Io mi limito ad ascoltare beato il canto del Pace chitarrista che trascolora in quello della giapponese che attacca con la title track di “23”, accompagnandosi con mosse lascive e puttanesche. Seppur ridotto al più viscido degli OTAKU, gongolo come un’idiota quanto la palla passa nuovamente ad Amedeo, che si lancia nel riff di “Falling Man”, sostenuto dal vivace coro di tutti i presenti dotati di un minimo di gusto. Se il concerto finisse qua, sarei già ampiamente soddisfatto. Invece continua alla grande, con una scaletta concentrata sugli ultimi due album editi dall’etichetta AD (“23”, appunto, e “Misery Is A Butterfly”), con pochi ripescaggi dal passato, (tra cui una “In Particular” da ipnotica idioteque), con la Makino che si alterna tra tastiera, chitarra, canto e sensuali movenze, sorretta, oltre che dalle sue lunghissime gambe, dal drumming e dalle basi pre-registrate di Pace 1 e dallo sferragliare deciso di Pace 2. Dopo un’ora e un quarto, finisce la prima parte dell’esibizione. Per fortuna non c’è, come accaduto in altre occasioni, nessun DJ Fracchia che debba metter su musica per cerebrolesi in libera uscita, e i nostri possono aprire i bis con i lievi tocchi pianistici di “Misery Is A Butterfly”. Le note si fanno nuovamente distorte e minacciose, quando la Makino re-imbraccia la sua Gibson diavoletto e l’asta del microfono viene sbattuta furiosamente a terra dal gemello addetto alla sei corde, che digrigna i denti e lancia occhiate da matto. Si atterra in campo sonoro nervoso ed elettrico, prima del secondo finto saluto.

SUL PODIO CON BIRRETTA A FIUMI
L’animale pubblico non è ancora domo, e tra le urla delle signorine e le minacce belluine dei maschietti, che neanche il corpo selezionato degli stupratori etnici d’assalto, i Blonde Redhead riemergono dalle quinte, per intonare le finezze pop di “Silently”, con tanto di ballo lolitesco della front-man, che sorride, ringrazia, e si risiede composta alla tastiera per un ultimo assaggio di malinconia: con la disperazione sommessa di “Melody”, i Blonde Redhead si congedano definitivamente, tra inchini, applausi e dichiarazioni di amore. Rimane il tempo di scroccare una birra e una pizza ai NiKolettis (Merylino, Giovinda e Nikoletti) con l’indefinita promessa di una breve intervista a data da destinarsi presso queste pagine, per poi imboccare la via di casa, fischiettando di donne elefanti e limoni danneggiati.

Carlo Fontecedro

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