Blonde Redhead @ Villa Ada [Roma, 10/Luglio/2003]

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Attenzione! Questo è il nostro primo esperimento di recensione a due mani. Potrete confrontare il punto di vista di due recensire, e scoprire, non senza sorpresa, che la pensano e la spiegano praticamente allo stesso modo… che siano gemelli pure loro?

Il richiamo dell’Italia deve essere molto forte per i Blonde Redhead, visto che nell’ambito della rassegna “Roma Incontra il Mondo”, ce li ritroviamo ancora una volta su un palco capitolino a dispensare tutta la loro emozionale magia. Un’ora e mezza prima dell’inizio del concerto, lo spazio immerso nel verde tra i confortanti profumi estivi del parco di Villa Ada, è già quasi tutto gremito da una variegata (ma non troppo) popolazione indie, convenuta attenta ad assistere ad uno dei pochissimi eventi validi che la vetusta e latineggiante programmazione estiva della capitale ci propone di questi tempi. Riconosco molti amici sparsi tra la plastica bianca dei tavoli della rassegna, e prima che inizi il concerto il nostro crocchio vociante ha raggiunto già una buona dozzina di unità, compresso tra fumi di cucina araba, freschi piatti della tradizione canicolare e long drink a base di birra dei quali ben presto si sentirà la mancanza. Alle 22:30 in punto il trio newyorchese è on stage, i gemelli Simone ed Amedeo Pace sono eleganti nella loro compostezza mentre la sempre più sensuale Kazu Makino è immersa in un delizioso vestitino giallo limone. I tempi del loro incontro sono distanti ormai dieci anni, quando all’interno di un ristorante italiano, due studentesse d’arte giapponesi (appunto Kazu e Maki Takahashi) incrociavano i destini dei fratelli Pace. Innamorati della no wave, tanto da prendere il nome Blonde Redhead da una canzone degli storici DNA, i quattro da subito destarono l’attenzione del drummer dei Sonic Youth Steve Shelley che volle produrre il debutto omonimo sulla label di sua proprietà (Smells Like Records). Mentre Maki lascerà la band subito dopo l’uscita dell’album, e Toko Yasuda (che formerà poi i Lapse) farà una breve apparizione, i nostri non perderanno tempo per realizzare il secondo capitolo ‘La Mia Vita Violenta’ (1995) ancora per l’etichetta di Shelley. Dopo ‘Fake Can Be Just As Good ‘ecco la decisione di eliminare il basso e concentrare le dissonanze melodiche/caotiche solo su chitarra e batteria, messa in pratica in maniera eccelsa nel loro apice ‘In An Expression Of The Inexpressible’ (1998). Due ore di show perfetto, senza sbavature, compresi tre bis, hanno decretato il successo di una band che può contare su una discografia di altissima qualità, con brani estrapolati anche dall’ultimo lavoro ‘Melody Of Certain Damaged Lemons’ di due anni fa. Un viaggio ad incrociare anima e matematica rigorosità logica strumentale, un vaggio di emozioni forti e momenti eteri (quando Kazu prende in mano il microfono, muovendosi tra le brame del suo trip) condito da crescendi strumentali di rara bellezza. Nel cuore e nell’aria rimane la loro musica. L’espressione dell’espressività.

Emanuele Tamagnini

E’ un suono perfetto quello che viene distillato sul palco di “Roma Incontra il Mondo”, questa sera. Immensi muri di suono edificati in vertiginosi crescendo psichedelici, noise-dream-pop e indie rock confusi in una mistura strepitosa, come se gli Stereolab facessero una gig con i Grandaddy e i Karate, e la voce fragilmente sensuale di Kazu Makino a chiudere il tutto in un cerchio ideale. Un tessuto connettivo affidato alle trame chitarristiche di chi da tempo, da prima di altri, e soprattutto da prima che facesse “trendy”, ha eliso il basso dalla propria line-up, dipanato con disinvolta leggera maestria sul drumming che diviene tutt’uno con loop digitali e synth (quello che molti hanno cercato, ma non trovato, gli atrettanto newyorkesi Calla ad esempio…), che stupisce per la capacità di sincronizzarsi con le basi elettroniche senza click e trucchi da turnisti (evidentemente i due gemelli Amedeo e Simone Pace hanno un midi-sync biologico…), mentre i suoni analogici sono semplicemente stupendi, come diamanti screziati. E’ l’incontro del genoma italico con quello nipponico, fertilizzato dall’humus della New York degli studenti d’arte e dell’avant-rock, che ha creato questo spettacolo incredibile, che tira in ballo 25 anni di uso non convenzionale delle chitarre, tracciando una linea ideale tra la primigenia no wave (considerate che il nome della band è quello di un pezzo dei DNA), attraverso il noise di matrice Sonic Youth (il loro primo disco è stato, guarda caso, prodotto da Steve Shelley), e oltre, fino a forme di (chiamiamolo) pop rock inedito, rumoroso, obliquo e “avanti”, ma tuttavia sempre terreno, godibile, che rifugge la trappola dell’estremismo estetizzante che sfiorisce spesso nell’incomprensibilità. Un concerto colpevolmente ignorato dai media più importanti, in parte distratti dalla contemporanea presenza di Brad Mehldau, ma anche troppo impegnati ad offrire il loro falso entusiasmo a eventi di importanza decisamente minore ma forse più “popolari”. Peggio per chi non c’era.

Alessandro Bonanni

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