Blonde Redhead @ Auditorium [Roma, 2/Dicembre/2007]

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Sospesa. Così appare la forte corazza dell’Auditorium. Tra la nebbia e le nuvole basse di un cielo plumbeo e stranamente pensieroso. Una domenica (non) qualunque si sta per trasformare nel rito consacratorio di una delle band più amate di questa città. Eterna, dolente, sorniona. I Blonde Redhead nella Sala Santa Cecilia. Dopo essersi amichevolmente prestati ad aprire i concerti degli Interpol ed aver assorbito una parte del rivoltante hype che accompagna la sopravvalutata formazione della grande mela. Il frutto. Il cardine. La storia. L’epicentro (no) wave per eccellenza. Da dove i gemelli Pace decisero di iniziare. Dal nome. Dal fascino d’oriente. Da una struttura indie sempre volutamente ai margini rispetto ai tipici canoni imposti dal genere. Da un’anima melodica. Cinematografica. Vagheggiata. Emozionale.

La sala di velluto rosso è piena in ogni ordine di posti. Rumori attutiti. Ovattati. L’enorme palco è delimitato dal cerchio di strumenti che compongono l’altare del trio newyorchese. Essenzialità prima di tutto. Poco dopo le 21.30 le luci si spengono e dalla porta laterale destra il cono d’ombra proietta i protagonisti sul proscenio. Scende il silenzio. Kazu Makino è bellissima. Un angelo guerriero. Dentro un vestitino bianco da amazzone che lascia scoperte le graziose forme di un corpo minuto, cesellato dal vento. Il volto seminascosto dai capelli neri. I Blonde Redhead non hanno dimenticato il passato ma oggi appartengono, si riflettono, comunicano attravero gli ultimi due album. Di classe superiore. Di malinconie che tratteggiano il cuore. Di profumi rarefatti. Di viaggi fuori e dentro lo spazio accanto. Di emozioni. Forti.

Movimenti felpati. La compostezza d’insieme sorprende sempre. Mentre la Makino seduta davanti alla sua piccola tastiera ammalia e rapisce. Amedeo Pace è in nero. Le movenze dinoccolate, quei quattro passi verso il bordo palco, l’oscurità tagliata dalla chitarra, le pieghe del volto. ‘Anticipation’ e poi il resto. Una recita teatrale. Sullo sfondo campeggia austero un drappo rosso dove a tratti le lunghe proiezioni d’ombra delle sagome dei nostri appaiono come dentro un sogno. Stesso effetto ai lati alti di una sala che risponde ad ogni brano con applausi che con il passare del tempo si faranno sempre più presenti e convinti. Cambio di chitarre, il basso tra le braccia di Kazu, un solo timido “grazie” nella prima parte di una rappresentazione magistralmente impeccabile. Non servono parole. Non serve intrattenere. Non serve presentare. Occorre il rapimento dei sensi. Occorre assistere alla danza di questa fascinosa “lady snowblood” per rimanere con gli occhi lucidi. Fissi direzione fronte palco. Irresistibile.

Un’ideale colonna sonora di un film. Di un nostro personale film. Dove trarre colori a piacimento. Dove perdersi. Disegnando linee immaginarie tra gli squarci rosso fuoco che per un momento investono la Makino intenta a dimenarsi in mezzo all’incrocio di luci che fuoriescono dal basso e dalla conturbante ossessione di ‘Doll Is Mine’. Il viaggio continua. ‘Misery Is A Butterfly’ e ’23’ sono proposti quasi in alternanza. Lo spirito vivo di una band assoluta al massimo della propria maturità artistica. Alle 22.30 lo stop. I saluti.

Cinque minuti dopo un incessante richiamo da parte del pubblico eccoli nuovamente comparire. Il bis previsto si snoda subito con ‘In Particular’. Una delle rare concessioni al passato meno recente. Altri due brani (quanto è bella ‘Magic Mountain’?) e ancora sorrisi e arrivederci muovendo le manine. Uscendo la Makino viene avvolta da un grosso asciugamano. Ma non è finita. Il secondo bis entra omaggiato da un boato della platea. ‘Silently’ cuce sul velluto rosso la parola fine. La grazia. La classe. La magia. L’emozionalità dilatata. Tutto racchiuso. Tutto vissuto in un tempo sospeso. Un attimo d’incanto. Un battito d’ali.

Emanuele Tamagnini

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