Black Time + Kill Kill Kill + Los Dragos @ Jungle [Roma, 18/Novembre/2005]

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Dove c’è garage c’è casa. Dove c’è garage ci sono ormai tutti. Selezioni rockabilly, i rockabilly, mod, donne dei garage rockers, qualche dark locale, basette rigonfie e due formazioni raschiate all’isola britannica. Di loro si sa poco o nulla. Capiremo molto presto il perchè. Non prima di aver salutato il giorno 19 per la solita tramortente usanza romana di far iniziare i concerti quando la digestione della cena ha ormai assunto la posizione vogliosa di voler affrontare una colazione. I primi a salire sul palco sono i toscani Los Dragos [se gli argentini hanno i Los Natas – grande culto dell’underground stoner psych rock – noi abbiamo i tre draghi in questione] che alla fine risulteranno essere di gran lunga i vincitori della serata (perchè noi abbiamo in testa il triangolo e le sfide). Power trio diretto e senza fronzoli che pesca dalla seminale tradizione sixties (quanto profumo di Sonics nell’aria fuso al caramellato devastante degli Who!) per poi dirigersi cazzuti e potenti attraverso ibridazioni punk’n’roll che sanno maledettamente di Motorhead e Pussy Galore. Il loro repertorio fumante arriva dall’esordio omonimo edito dalla Nicotine Records lo scorso anno e da uno split estivo con i francesi The Hi Fi Killers. Menzione d’onore al cantante/chiattrista Marz dotato di una voce, abrasiva-maledetta-alcolica, autentica ariete per far breccia nelle teste piene di esterofilia dei presenti.

I londinesi Kill Kill Kill giungono poco dopo sul piccolo ma accogliente palco testaccino, anch’essi in formazione triangolare, con un’unica peculiarità dovuta ad un biondo batterista che funge anche da cantante. Il garage rock è nato in USA. Diamo a Cesare quel fottuto cazzo che è di Cesare una volta per tutte. L’isola dei famosi britannici ci ha regalato tomi e volumi di storia irripetibile ma il GARAGE è uscito dalle cantine di giovinastri coi capelli a caschetto che volevano imitare e rispondere per le rime all’invasione d’oltre oceano. I Kill Kill Kill (recentemente opening act per i Bassholes) fanno schifo! Il loro bluesy garage punk vomitato in the face è caotico, confusionario, grezzo e senza acme. Con qualche credenziale in più calpestano il rettangolo i Black Time, non fosse altro per un album (‘Blackout’ del 2004) pressato dalla londinese Concrete Life (poi lanciato dalla specializzata In The Red Records e venduto anche attraverso la Cargo) solo in edizione vinilica pesante (180 gr.). La regola del tre viene confermata anche questa volta: batterista con occhiali kitsch, la solita ragazza in tubino a suonare il basso (ma perchè quella faccia da culo?) e il leader (chitarra/voce) abbigliato a ricordare gli immortali eroi ’60 The Music Machine (devastante la loro leggendaria ‘Talk Talk’). Ma come per i precedenti conterranei… non ci siamo proprio. Anonimi, fastidiosi musicalmente e senza quel calcio in culo che servirebbe per rendere una proposta, scontata e standardizzata, altamente godibile ed elettrica. Alle 2 e 30 con l’aiuto di Aguirre saliamo sul tetto del locale per issare, travolti dalla tramontana impietosa, un enorme tricolore con su scritto FUCK UK-LOS DRAGOS OR NOTHIN!!!

Emanuele Tamagnini

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