Black Rebel Motorcycle Club @ Fabrique [Milano, 30/Novembre/2017]

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Come molti hanno sentito dire, il rock non se la sta passando bene. I più sono passati dal fare a gara a chi ha il cazzo più lungo e/o duro a quella a chi ce l’ha ancora. I Black Rebel Motorcycle Club però sono un discorso a parte. Loro sono quelli che una volta a Leeds hanno fatto cedere il pavimento del teatro che li ospitava, costretti poi a sospendere il concerto per “rischio crollo” dell’edificio. Oggi invece, mentre si parla di morte del rock, hanno sconfitto la morte, quella vera, che ha sfidato la batterista Leah Shapiro costringendola a combattere una battaglia contro una rara malattia, la Malformazione di Chiari, che consiste in un disturbo che restringe il flusso del liquido spinale tra cervello e spina dorsale. Leah ce l’ha fatta, con non poche difficoltà ed i BRMC sono tornati in studio e sul palco, più vivi che mai, come il loro (anzi, il nostro) rock’n’roll. La sala del Fabrique è piena, il clima sembra altalenante. L’affetto si sente, ma si ha quasi la sensazione che molti tra il pubblico siano qui più per quello che i BRMC rappresentano che non per saggiarne l’evoluzione artistica. Quasi a voler rendere omaggio solo alla loro storia, come sembrerebbe dimostrare il dislivello di entusiasmo tra pezzi vecchi e nuovi. Dettagli e peli nell’uovo a parte, la risposta positiva è arrivata soprattutto da dove conta di più, dal palco. Non mancano infatti diversi estratti dal nuovo lavoro, ‘Wrong Creatures’, che vedrà ufficialmente la luce il 12 gennaio 2018, a partire dal primo pezzo in scaletta, il singolo ‘Little thing gone wild’, molto in linea con la loro produzione precedente, a dispetto di una propensione più psichedelica che invece caratterizza diverse altre canzoni ancora inedite. Tra le nuove tracce scelte prevale un filo conduttore dalle tinte spettrali, come le sonorità di ‘King of bones’ e ‘Haunt’, fino alla più trascinante ‘Question of Faith’.

Il trio californiano è probabilmente la rock band più seria e pura in circolazione, riuscendo a dimostrare coi fatti che il rock’n’roll non è solo indossare una giacca di pelle e imbracciare una chitarra. Loro non hanno uno stylist che gli suggerisce gli outfit, si vestono allo stesso modo da quasi vent’anni e non gliene può fregar di meno. Salgono sul palco, salutano e iniziano a suonare, fanno la loro cosa, identificabile sommariamente (se proprio fossi costretto a fare paragoni) in un punto di incontro tra Jesus & Mary Chain e Creedence Clearwater Revival, al crepuscolo. Una massiccia montagna (perchè “muro” è riduttivo ed inflazionato) di suono ultrariverberato, tra le cui insenature strisciano le voci stridule ma mai consumate di Peter Hayes (che si destreggia alla grande anche con l’armonica, come sul classico ‘Ain’t no easy way’) e Robert Levon Been (che invece si divide tra basso, chitarra e pure alle tastiere), seguendo il tempo dettato dalla possente Leah Shapiro, che massacra le pelli dei tamburi davanti a lei. Il trio sa agitare con brani da cardiopalmo, su tutti: ’Berlin’, ‘Conscience Killer’,‘Six Barrel of Shotgun’, insieme agli inni ‘Spread Your Love’ e ‘Whatever happened to my rock’n’roll’; ma anche ipnotizzare, grazie anche alla folta coltre di fumo che li avvolge, conferendo all’atmosfera una dose di misticismo che, eccezion fatta per i pezzi più movimentati, impietrisce i presenti in una sorta di raccoglimento. Unico neo, una fase un pochino piatta verso la seconda metà della setlist, in cui la scelta dei pezzi vira su un mood forse un po’ troppo ripetitivo, in compenso però non manca l’ormai solito appuntamento con il momento acustico in cui, prima Robert Levon Been e poi Peter Hayes, si prendono la scena con un pezzo a testa chitarra e voce. Robert ovviamente seduto sul bordo del palco, come spesso ama fare. La band non parla molto tra un brano e l’altro, ma riesce a creare un connubio unico che comprende intimità ed un certo distacco, che non è un atteggiamento di freddezza o di superiorità, bensì di concentrazione, durante l’esecuzione dei pezzi, senza volersi accattivare la simpatia degli spettatori con fronzoli, mosse studiate o buffonate varie. Al contempo però riescono a stabilire un contatto autentico e trasmettere il loro messaggio, che ruota sempre attorno alle luci e le ombre del rock’n’roll. Ma quale rock’n’roll? Perché allora forse ha senso anche chiedersi cosa sia il rock’n’roll alle porte del 2018. Un termine abusato, degli esemplari in via d’estinzione, dei cliché fuori tempo massimo, dei capi e degli accessori fuori moda. Dimenticate queste stronzate. I BRMC sono l’essenza rediviva di una filosofia, nuda e cruda, uno stile di vita ed un atteggiamento lontani da quella deriva che negli anni ’80 ha portato questo concetto ad essere stereotipato e sputtanato per colpa di una schiera di pupazzi vanagloriosi coi capelli cotonati. I BRMC sono tutto fuorché delle “rockstar”, sono delle icone. Quelli che il rock lo salveranno senza nemmeno accorgersene, semplicemente perché se gli dici che sta morendo non sanno neanche di che cosa tu stia parlando.

Niccolò Matteucci

Foto Stefano Bazu Basurto

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