Black Mountain @ Villa Ada [Roma, 4/Luglio/2016]

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C’era davvero bisogno di un altro concerto dei Black Mountain dopo la visita consumata ad aprile? Forse si. C’era davvero bisogno di un altro report dei Black Mountain a tre mesi da quell’articolo bolognese? Forse no. C’era davvero bisogno di mettere in apertura i non compatibili Soviet Soviet, protagonisti tra l’altro di un set noiosissimo e fuori sentimento? No. Detto questo tornare nel parco romano di Villa Ada è sempre un piacere soprattutto se ci troviamo datati in un tranquillo lunedì di luglio, con alle porte il concerto dei Wilco e dunque con un interesse vistosamente ristretto per il quintetto candese. Che sale sul palco alle undici accompagnato da strumentazione essenziale, sfondo fisso che riporta all’artwork del nuovo album, subito lanciato ai presenti con la traccia killer d’apertura ‘Mothers of the Sun’. Mister McBean di bianco vestito, lungo crinito e con solita barba da santone di Bel Air è ovviamente l’epicentro del sisma musicale che vorrebbe propagare con la sua indubbia maestria chitarristica. Ma le buone intenzioni non si materializzeranno se non negli episodi più impastati, più arrotati, più caldi, più liberi e selvaggi, in poche parole: più stoner. La strada altalenante presa con ‘IV’ (momenti meravigliosamente coinvolgenti bilanciati ad altri decisamente più discutibilistucchevoli) si riflette anche in questa ora e un quarto di live romano. L’asse di derivazione Black Sabbath > Pink Floyd > Can = heavy > psichedelia > kraut è evidentemente la spina dorsale dei Black Mountain, e questo sia chiaro è un bene prezioso, ma troppo spesso queste radici si fanno ingombranti. Ogni singolo elemento è di classe a cinque stelle (Amber Webber non ammette discussioni a riguardo) ma la carne al fuoco sembra troppa da “cucinare” condita come è da tastieroni iperbolici e dalla smania di McBean di emulare il David Gilmour più prolisso e detestabile (si legga ultimo arrogante pezzo della serata). Al fin della licenza io tocco: l’impressione non è stata buona, l’esibizione difficile da digerire, la critica inevitabile. E poi il Canada non è la California.

Emanuele Tamagnini

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