Black Mountain @ Locomotiv [Bologna, 5/Aprile/2016]

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Ci vogliono i Black Mountain per schiodarmi dalla mia sediascrivaniapc avvinghiato alla quale preparo impavidamente il concorso per la scuola. Loro riescono ad avere la meglio su stanchezza e sensi di colpa. I Black Mountain, o la Blalck Mountain Army sono un collettivo, una legione che da Vancouver ha infettato il mondo con un derivatissimo quanto volete psych/hard rock ma impregnandolo di un songwriting oggettivamente fuori dal comune. Arrivo al Locomotiv che hanno iniziato il primo brano. Il locale è strapieno, faccio una gran fatica ad entrare ma poi pian piano mi infilo e arrivo al banchetto del merchandise che ha dei prezzi onesti. La band sta già scatenando il putiferio sul palco con i due cantanti quando entro e intono due bestemmie per i bicefali che registrano tutto il concerto tenendo in alto i cellulari. A che pro? Siamo negli anni ’90? Dovete mettere il concerto su VHS e spacciarlo a 50.000 lire? Dovete condividere quello che già c’è? Mistero. Veniamo ai canadesi. Il loro modo di stare sul palco è ovviamente antirock, pochissime parole, al massimo un grazie ogni tanto.  A parlare è la loro musica. Musica che scuote il Locomotiv con un magma sonoro di acid-psych impazzito. Non mancano certo i momenti più “soft” del repertorio ma è decisamente con brani come ‘Tyrants’ che viene fuori tutto il ben di Dio che questa band si porta dietro: hard rock sabbathiano nella parte finale, scorrazzate isteriche di psichedelia di gran pregio e lirismo nei testi. Stesso effetto dirompente ce l’ha un brano come ‘Wucan’ con il suo incedere baldanzoso e l’opening track di ‘In The Future’, ‘Stormy High’, vera enorme cavalcata epica. Che siano un gruppo sopra la media lo dimostrano dalla compattezza monolitica con cui non sbagliano un colpo. Certo, non vi aspettate di essere negli anni ’70, e quindi i brani, tranne rare eccezioni, sono riproposti uguali sputati al disco, niente jam o improvvisazioni. Tocca il cuore però un pezzo come ‘Let Them All Up’, straziante, miracoloso nella sua bellezza. Rimango immobile davanti alla dolcezza di ‘Cemetary Breeding’ e dall’intreccio vocale di “lei e di lui” in uno dei brani più belli del nuovo disco. Suggella la parte, cioè quella prima degli encore, una ‘Space to Bakersfield’ che sembra essere uscita di nascosto da un disco dei Jefferson Airplane, forse uno dei momenti più ariosi della serata in cui la band allenta le briglie agli strumenti e li lascia andare. Concludono con due super classici, ‘Crucifiy’ and ‘No Hits’ consegnandosi da soli alla storia. Band che in soli 10 anni si è saputa conquistare un pubblico enorme e un rispetto religioso che sicuramente continuerà a ingigantirsi. E non certo suonando newwaveindiepopfolkamericana.

Dante Natale

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