Black Lips @ Monk [Roma, 17/Maggio/2018]

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Noi ridiamo e scherziamo ma i Black Lips stanno in giro da quasi 20 anni ed ormai possiamo considerarli una delle band più iconiche ed apprezzate della scena garage rock americana: unici, seminali e fondamentali. Anche se all’inizio sembrava che la serata si stesse mettendo male per l’affluenza di pubblico e io già mi preparavo a scrivere una menata sul segno dei tempi, sull’invecchiamento di una generazione, su un genere musicale in fin di vita, eccetera eccetera, invece ad un certo punto sono praticamente arrivati tutti insieme. Per fortuna. Certo col senno di poi la prestigiosa accoppiata di “antipasti della casa” (nel senso che suonavano in apertura ed entrambe le band sono italiane) composta da John Canoe prima ed Indianizer dopo, si è purtroppo rivelata un mezzo spreco, se non altro perchè avrebbero meritato un pubblico più folto durante la loro esibizione. Onore però all’organizzazione (quelli del Rome Psych Fest) per averci provato ed averli chiamati. I John Canoe sono ormai agli sgoccioli del tour della loro ultima fatica ‘Wave Traps’, che gli ha riservato grosse soddisfazioni specialmente durante le date europee, mentre per quanto riguarda gli Indianizer (molto apprezzati anche dallo stesso Cole dei Black Lips) siamo solo alle battute iniziali di quella che si preannuncia un’estate caldissima per la promozione dell’ottimo ‘Zenith’, uscito a fine marzo.

Quando arriva il momento dei paladini del “flower punk” c’è un buon colpo d’occhio e grande entusiasmo, del resto a Roma non passavano dal 2012 e nonostante abbiano messo un po’ la testa a posto, riescono ancora a far agitare le folle che hanno di fronte. Notare che nel dire “messo la testa a posto” si intende che pare abbiano abbandonato alcune pratiche che erano soliti mettere in scena durante i loro concerti, come la sublime arte di sputare per aria e riprendere la saliva al volo con la bocca, ma anche scatenare piccole risse, pisciarsi addosso e tutta un’altra serie di cose demenzial-borderline che oggi si vedono fare giusto ai Pop X. Stavolta c’è giusto una guerriglia a colpi di rotoli di carta igienica che fa sì che si crei subito il clima adatto quando la band esegue ’Sea of blasphemy’ e ‘Modern art’ in apertura. Questo tour a supporto del nuovo album ‘Satan’s graffiti or God’s art’ ha portato alcuni nuovi innesti in formazione, quali Oakley Munsun alla batteria e la scatenata Zumi Rosow al sassofono. Cole Alexander invece è sempre lui, mentre Jared Swilley da quando s’è fatto crescere dei baffi importanti inizia ad assomigliare un po’ troppo a Jesse Hughes degli Eagles Of Death Metal. Non si può dire che i Black Lips siano una di quelle band che si distingue per la cura maniacale della resa sonora, anzi, l’attitudine punk miscelata alle sonorità hippie non li abbandona e fa sì che più di uno show da ascoltare e guardare, il loro sia sempre un concerto da vivere pogando, saltando e sbraitando, nonostante sia giovedì. La band di Atlanta ce l’ha fatta anche stavolta, sebbene manchi all’appello qualche classico del repertorio tipo ‘Bad kids’, ‘Drugs’ e l’invocatissima (probabilmente per una sorta di senso d’appartenenza da parte del pubblico romano) ‘Veni vidi vici’, ma chi ama i Black Lips sa che da loro può aspettarsi di tutto, anche che non suonino tre dei loro pezzi più famosi e alla fine va bene lo stesso.

Niccolò Matteucci

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