Black Lips + Johnny Gentlehand @ Ex Magazzini [Roma, 30/Settembre/2005]

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“Great killer time!”. E’ appena finito il concerto e Jared Swilley – bassista/cantane dei Black Lips -, commenta così al sottoscritto la performance del suo gruppo mentre esausto guadagna le scale verso l’uscita del locale. Cos’è successo durante il loro show? Seguitemi. Tutto era iniziato intorno alla mezzanotte, con l’apertura della serata organizzata dalla Painkiller, ad appannaggio del belga Johnny Gentlehand. Un uomo solo al timone. Un nerd punk assai curioso, armato di chitarra e basi pre-registrate, che diverte e coinvolge una parte di quel pubblico che ben presto diverrà numeroso e “caloroso”. Johnny manogentile somiglia al figlio sfigato di Johnny Halliday ma ha nel cuore Cramps, Gun Club, Ramones e tanto tanto Link Wray. Quando lo smilzo termina il suo show è il momento del quartetto di Atlanta.
[Un po’ di storia allora]
Nel 2000 hanno appena quindici anni quando decidono che è ora di mettere in musica tutto quello che avevano fagocitato durante l’adolescenza, nutriti a suon di puro ed incontaminato garage stelle e strisce. Trovano nel vate Greg Shaw e tra le carte della Bomp Records la casa ideale per esordire con un primo singolo ben presto bissato dal debutto omonimo del 2003. Un tragico incidente stradale uccide il chitarrista (leader) Ben Ederbaugh. Nel ricordo dell’amico scomparso, reclutano Jack Hines (dovreste vederlo con i suoi denti d’oro!) continuando a macinare show e a far crescere la fama di band selvaggia ed incendiaria. Sul finire del 2004 tornano con il nuovo album ‘We Did Not Know The Forest Spirit Made The Flowers Grow’ pronti a girare nuovamente il globo.
[Si parte]
La sala del locale sito nel quartiere ostiense è al limite della praticabilità. I ventenni sudisti salgono sul palco nella loro potente essenzialità e cominciano a minare la calma (apparentemente) piatta dell’audience convenuta. La partenza razzo è di quelle che stordiscono e annichiliscono. E’ GARAGE ROCK ALL’ENNESIMA POTENZA. Il punk degli anni ’60 rivive in un’orgia senza compromessi. E’ il sound malato, avvelenato, incontaminato che potrebbe scaturire solo da una jam tra Sonics+Seeds+Chocolate Watch Band+Music Machine+Count Five. Una striscia seriale seminale che ucciderebbe anche un mammuth del pleistocene. Non c’è un attimo di sosta. Nelle prime file si comincia a pogare furiosamente, il microfono del chitarrista fuori di testa Cole Alexander vola a più riprese, sputi, lanci di birra, corpi che volano… che bello… ancora cazzo! Jared dà i tempi alla band, rosso in viso, venature al collo da urlatore mentre il batterista Joe Bradley è una piccola macchina a stantuffo. Cole dal baffetto smaliziato e dalla maglia a righe simil marinaio non riesce a trovare l’accordatura giusta alla chitarra, mentre il collega dai denti luccicanti rompe il filo del suo strumento! Ormai è puro delirio. Quando parte la cover della distruttiva ‘Jack The Ripper’ di quel fenomeno che fu Screamin’ Lord Sutch è ormai troppo tardi per fuggire. Il finale è da antologia del concerto garage punk. Alexander si tira giù le braghe, piscia a fontanella e mostra il culo ai presenti. Standing ovation. Questo è rock’n’roll. Il garage è vivo e vegeto. Nuggets or die.

Emanuele Tamagnini

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