Black Lips @ Blackout [Roma, 20/Novembre/2009]

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Vomitare sul palco, pisciarsi in bocca, picchiarsi a vicenda. O quantomeno lanciarsi sul pubblico, tirarsi giù le mutande – che ne so – scatenare una rissetta. Almeno uno di questo pezzi forti ce lo aspettavamo un po’ tutti, è vero. Tra timore ed euforia, avremmo voluto essere testimoni di un’altra performance politically incorrect dei quattro teppistelli di Atlanta. E invece, stavolta i Black Lips hanno fatto i bravi ragazzi. E noi, ci siamo dovuti accontentare di uno dei migliori live dell’anno per una band under 30.

Lo aveva capito subito il mitico Greg Shaw (giornalista musicale creatore del magazine Who Put The Bomp, nonché compilatore delle raccolte ‘Pebbles’ e discografico indipendente, morto prematuramente nel 2004), che ne produsse i primi due album. Lo ha capito un po’ più tardi anche la patinata Vice Records, che dopo ‘Let It Bloom’ (In the Red, 2005) li mette sotto contratto per il delirante live ufficiale ‘Los Valientes del Mundo Nuevo’, la consacrazione ‘Good Bad Not Evil’ e l’ultimo, stralunato ‘200 Million Thousand’. Dopo 10 anni pressochè ininterrotti di tour, lo ha capito anche il pubblico: i Black Lips sono la miglior garage band del pianeta in circolazione, quantomeno dal vivo. Le aspettative sono forse quelle di uno show ai limite del pirotecnico, di Nuggets indemoniati che mettano a ferro e fuoco il Black Out. Se a creare attimi di paura e delirio ci penserà il pubblico, nel continuo pogo sotto al mezzo metro di palco del locale, ai quattro giovinastri va il merito di essere tremendamente spontanei, con zero sovrastrutture, uno spirito naturalmente rock’n’roll e un’attitudine chiaramente innata alla vita on the road. Non sembrano così folli come in altre occasioni, ma sembrano semplicemente divertirsi, senza recitare una parte, senza accennare la minima posa, senza imitare nessuno, pur suonando un genere – tra blues, psichedelia e garage – rintracciabile in milioni di altri dischi. Sarà per la strafottenza, sarà perché hanno scritto, oggettivamente, un buon numero di canzoni azzeccate, sarà perché (ormai) mezzo secolo fa si parlava dell’autenticità del rock come peculiarità imprescindibile del genere e in molti – ma non i Black Lips – devono aver dimenticato questo particolare, sarà pure perché chi scrive adora il garage punk, ma il bacio delle Labbra Nere, anche stasera, ha un sapore unico e lascia una sensazione – finalmente e inconfutabilmente – liberatoria, rispetto a un certo numero di giovani band dall’approccio live non totalmente convincente.

Sono immagini di funghi in stile ‘Alice in Wonderland’ a fare da sfondo a ‘Drugs’, mentre un’evidente ilarità generale si diffonde sopra e sotto il palco. Il siparietto di Cole Alexander (chitarra e voce) che recupera al volo gli sputi lanciati in aria si alterna a gente che sale, scende e si lancia con più o meno successo sui tre metri quadri di massa in continuo movimento sotto al palco. Dall’incipit con ‘Sea Of Blasphemy’ alla conclusiva (se non erro) ‘Bad Kids’, Jared Swilley (basso),  Ian “denti d’oro” Saint Pé (chitarra) e il furioso Joe Bradley (batteria) si alternano voce e cori, biascicano un americano incomprensibile e mostrano di essere completamente in confidenza con la dimensione palco. ‘La quinta dimensione’ del palco, direbbe qualcuno, quella in cui sin alternano garage grezzi dai toni western (‘Short Fuse’, ovviamente ‘Katrina’ e ‘Cold Hands’), psichedelia lisergica in stile 13th Floor Elevators ma più blues (‘Trapped in Basement’ e ‘Hippie Hippie Hoorah’), passaggi doo wap e i brani “dell’amicizia” – che, viste le premature scomparse che velano la storia dei Black Lips, si velano di mood sottilmente malinconici – ‘Dirty Hands’ e ‘I’ll Be With You’.

I Black Lips hanno suonato nei posti più disparati, dalle famose performance ai limiti della legalità in India, a quelle per un pubblico di bambini con disabilità mentali in Israele e Palestina, passando – ovviamente – per i peggiori bar di Caracas. Più volte hanno dichiarato di non poter immaginare la propria vita senza la band, ma soprattutto senza questa specie di “never ending tour”. La loro energia, la famosa autenticità, si percepisce a pelle, si sente nell’aria, è qualcosa di diverso dal compitino di chi sale sul palco e sembra quasi non divertirsi, ma soprattutto recitare la parte di sé stesso. Stasera, ai Black Lips, avrei chiesto solo di suonare un po’ di più e di fare quell’ultimo bis, che sembra non essergli stato concesso, con ‘Veni Vidi Vici’. E poi andare via, dopo un bel bacio sulla bocca.

Chiara Colli