Black Heart Procession @ Qube [Roma, 10/Maggio/2006]

496

Appena un giorno dopo l’esibizione degli Xiu Xiu al Circolo degli Artisti abbiamo l’occasione di vedere all’opera un altro grandissimo gruppo di San Diego (California). La location stavolta è il Qube e la densità del pubblico è la stessa della sera prima (metà locale forse anche un po’ meno). Il concerto viene anticipato dall’esibizione (mezz’ora circa a testa) di due band del nord Italia, i milanesi Fine Before You Came e i bresciani Black Eyed Susan. I primi, un quintetto, iniziano davvero bene presentandosi con un set acustico (anche se ci tengono a dire che la loro vera dimensione è quella elettrica) e attacando un più che convincente brano tipicamente post rock sopra il quale il cantante grida seduto su una sedia e con movenze nervose da paraplegico in carrozzina. Purtroppo il prosieguo lascia a desiderare; per puro masochismo cerco di immaginare come sarebbero quei brani in versione elettrica e mi sento male, con il set acustico invece le canzoni perlomeno mi attraversano indenne ma non mi lasciano niente, tra una scopiazzata dei Cure e un registro di voce alla At The Drive In. Peccato, visto che sembrano anche simpatici. Appena iniziano a suonare i Black Eyed Susan invece si capisce subito che sono creciuti a pane e Sonic Youth. In classica formazione a quattro, comprensiva dell’immancabile ragazza che si alterna a voce chitarra e basso, il loro stile non si discosta molto dal ben più celebre quartetto americano, con qualche raro guizzo soprattutto per quanto riguarda proprio le parti vocali femminili che a volte prendono un percorso tutto loro e intraprendono climax ascendenti davvero niente male. Una buona proposta che però pecca per la scarsa originalità. Ma il piatto forte ovviamente sono i Black Heart Procession che dopo aver sistemato e accordato la loro strumentazione iniziano il loro (e il nostro) cammino evocativo con Pall A. Jenkins (che insimeme a Tobias Nathaniel, al piano, costituisce il nucleo della band) alla sega e all’archetto per “When We Reach The Hill”, tratto dal loro secondo album (il più bello per la maggiorparte della critica e, quel che più conta, per me). Saranno parecchi i vecchi brani proposti mentre veramente pochi quelli estratti dal loro ultimo album “The Spell” (riconosciamo la bella title track e il gradevole pop di “Not Just Words”). Evidentemente anche loro stessi sono consapevoli della superiorità dei primi tre album rispetto agli ultimi. Un trittico (“1”, “2”, “3” i controversi titoli) ispiratissimo e imprescindibile per qualsiasi buon ascoltatore e che dovrebbe girare nei lettori di chiunque sostenga che negli ultimi anni non è stato prodotto niente di memorabile. In effetti i BHP sono davvero memorabili (nel senso di musica della memoria) coi loro continui riferimenti ad atmosfere passate e lontane che però prendono corpo come se fossero attuali nella nostra testa e come se stessimo rivivendo esperienze dimenticate troppo in fretta. Musica che viene dal profondo e che va nel profondo, che incanta e che sgomenta. Si diceva prima del capolavoro “2”: non a caso i pezzi piazzati nei momenti topici del concerto sono tutti estratti da lì: la già nominata track di apertura, il masterpiece (pezzo da maestri) “Blue Tears” (rallentatissima e senza organetto e tromba, purtroppo, ma con un violino lamentoso e al contempo ottimista) come brano finale della prima parte e la cavalcata ipnotica di “A Light So Dim” come brano conclusivo dell’intero concerto; sempre a quel meraviglioso album appartiene anche il torbido folk country di “Your Church Is Red”. Peccato solo per l’assenza di “It’s A Crime That I Never Told You About The Diamonds In Your Eyes” (ok, lo ammetto, ho scritto il titolo, come d’altronde questo commento, per dare più volume al resoconto), brano che dal vivo avrebbe reso tantissimo. Durante tutto il concerto si rimane spiazzati e increduli di come tanta genuinità nella proposta possa portare ad un effetto così sorprendente, lo stesso effetto che pochi mesi fa mi avevano fatto i (comunque diversi) Arab Strap. In fondo il trucco dei BHP, tanto semplice quanto geniale, è partire dalla tradizione del folk americano, lavorarla con grande attenzione sui suoni, sulla strumentazione e sugli arrangiamenti sempre parchi, farla mantecare con melodie spettrali e allo stesso tempo gradevoli: impiattare servendo il tutto accompagnato da un’abbondante quantità di talento purissimo. Buon appetito!

Daniele Gherardi

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here