Black Dice @ Init [Roma, 29/Aprile/2009]

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Stasera, (quasi) tutti i personaggi dell’intellighenzia musicofila – underground – romana sono qui a timbrare il cartellino alla porta dell’Init. Tutte le facce di quelli che non mancano mai ad un concerto di “musica brutta”, stasera ci sono. E come bucare il concerto di un gruppo che riesce ad essere, contemporaneamente, scrupoloso alunno di scuole di non-pensiero illustri (no wave, industrial, noise), ed eccellente maestro in quanto a ricerca sonora ed estetica del sampler? Un gruppo noto, tra l’altro, per i suoi live set scomposti e violenti, sorta di rituali, in cui farsi possedere dalla musica è l’unico modo per beneficiare appieno della terapia?

A precedere il trio di Brooklyn c’è Bella Chicco, nome che sulla carta non farebbe presagire proprio niente di buono. E invece, già dal myspace, ricche risate alla vista del logo della nota marca di giocattoli per bambini a ritmo di “emotronic”, elettronica che – in questo caso – di emo ha solo la nostalgia per i giochi semplici che facevamo qualche decennio fa. Solitamente dall’altra parte del mixer per lavoro, Bella Chicco è una “One man Toys band”, ovvero un giovane (musicista?) pazzo dotato di parecchio sense of humor, che suona strumenti giocattolo. Con pianola e chitarra (di plastica) e un prodigioso kit da piccolo (elettro) chimico, passa dalla distorsione alla cassa dritta all’assolo di chitarra (tutto rigorosamente lo-fi), giocando tra analogico e digitale. Il pubblico (c’è anche qualche amico-groupie maschile che furoreggia sotto al palco…) non è ancora molto, ma si diverte parecchio. Purtroppo, l’elettronica semi-seria tra ironia e ingegno di Bella Chicco è costretta a durare solo un quarto d’ora, il tempo di un paio di pezzi. Chissà se un po’ più di sperimentazione goliardica avrebbe fatto accusare meno la sperimentazione (a dir poco) impegnativa a cui si stava andando incontro.

Quando i Black Dice cominciano a suonare se ne accorgono pure al Circolo. Fin dall’inizio, la musica ha un volume ed un impatto, direi anche fisico, estremo. Del resto non si aspettava che questo. Terroristi del rumore, ognuno con la sua stazione di controllo, portano a compimento, per un’ora di fila e nel buio completo, la loro missione: disintegrare ogni logica dell’arte dei suoni fin’oggi conosciuta, superare di gran lunga il primitivismo digitale e l’insieme di influenze urbane (noise, techno, dub, big beat) ancora riconoscibili in ‘Repo’ (Paw Tracks, 2009), per scaraventarle molto lontano, in un’altra dimensione deformante, forse anche troppo, per l’individuo comune. Allineati, Eric Copeland (synth e voce), il fratello Bjorn (chitarra e synth) e Aaron Warren (synth, voce, simil drum-machine e ballo), muovono la testa, modellano effetti sonori e debilitano il fisico con il connubio stordente di musica e visual – oltremodo psichedelici – che hanno alle spalle. Più di una volta avverto vibrazioni che dai piedi salgono fino al cervello, scosse (meta)fisiche. L’incrocio di Animal Collective, Chrome e tribalismo robotico in cui sembra prendere forma la versione live di ‘Repo’ (di cui si distinguono soprattutto le parti più interludiche, gli attacchi di ‘Glazin’, ‘La Cucaracha’ e ‘Lazy TV’) fa scuotere i corpi ed, inizialmente, rapisce. Ma improvvisamente, semplicemente, diventa troppo. Troppo pieno, troppo deforme, troppo alto, troppi suoni, troppa (poca) musica. Gente che si mette le mani nei capelli, gente che esce (la sala era anche abbastanza piena, inizialmente): l’esperimento di provocazione rumorista dei tre newyorkesi, ortodosso nel non concedersi alcuna soluzione di continuità, perde l’equilibrio tra innovazione, iper-elettronica dissacrante e nonsense sbilanciandosi troppo su quest’ultimo. In molti, all’uscita, rimpiangevano performance passate o lamentavano improvvisi problemi di udito. Aaron Warren, che aveva ballato e percosso strumenti fino allo svenimento, sfoggiava invece un sorriso rilassato. E se fossimo tutti cavie?

Chiara Colli

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