Black Dice + Adam Green @ Circolo degli Artisti [Roma, 5/Aprile/2006]

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La prima delle due gustose serate Strange Days si apre tra fiumi e scatole di curiosità. E’ una notte ventosa, pungente e fumosa. Uno dei più ricchi stand di merchandising visti negli ultimi anni è tappa fondamentale per ingannare il tempo anche se la musica ben presto interromperà il nostro maniacale voyeurismo. Il pubblico lento e sornione comincia ad affluire mentre sul palco, chitarra e basi registrate, si presenta uno smilzo musicista che scopriremo più avanti essere il chitarrista della band di Adam Green. Non vogliamo sapere il suo nome. Del resto nessuno ce lo dice. Piacevole set tra ballate folk pop sessantiane e divertiti intermezzi con gli astanti. Nel frattempo abbiamo già avidamente acquistato un fumetto a firma Jeffrey Lewis. Si chiama Guff della serie Fuff, lo paghiamo 3 euro e 75 centesimi e all’interno c’è anche allegato un mini CD. Il venditore (il sosia magro di Dave Grohl) lo ritroviamo qualche minuto dopo on stage. Lui è Jack, il bassista dei Jeffrey & Jack Lewis, ma soprattutto è il fratello giovane di Jeffrey. Appartengono alla cosiddetta scena anti folk newyorkese, quella stabile al Sidewalk, dove guarda caso hanno cominciato a muovere i primi quattro passi i Moldy Peaches di Mr. Green. Due album all’attivo con l’ultimo uscito lo scorso novembre su Rough Trade (“City And Eastern Songs”). Dei quattro piatti proposti questa sera, il più ristoratore è senza dubbio quello dei nostri tre scalmanati ed intelligentissimi ragazzi. C’è il folk nei momenti intimi, ma c’è anche l’ombra lunga dei seminali concittadini Fugs e di un certo cantautorato sixties (va bene Donovan?). L’utilità del telo bianco alle spalle dei musici viene svelata quando Jeffrey (come fossero diapositive) proietta una sua storia a fumetti raccontata dalla sua voce al limite della rappata. Una trovata originale che viene accolta calorosamente dal pubblico ventenne presente nella sala ormai gremita. Alla fine saranno due le storie raccontate: su Champion Jack e sul capitalismo (da Marx a Napoleone).

E’ ora la volta di Adam Green. Su di lui pesa una terribile zavorra: è amico degli Strokes. Del resto con Kimya Dawson (Moldy Peaches) era stato uno dei primi a rilanciare l’underground newyorchese, forte di set colorati e kitsch, quasi a rinverdire il nome dei Frogs guidati dai vituperati fratelli Flemion. Oggi Green risponde ai canoni della musica della grande mela. Mosse spastiche, giacca di due taglie più piccola, capelli disordinati ed arruffati, tasso alcolico mediamente alto e spiccato sense of humor. La voce calda è quella di un crooner da quattro denari cresciuto a pane e Van Morrison (smentiamo il comunicato stampa che cita senza ragione Tom Waits e Leonard Cohen) ma Green sa come far divertire. Ed il suo show è un piacevole viaggio alla scoperta dei plagi da lui spudoratamente sciorinati. Il primo brano inizia come “Walk On The Wild Side” e prosegue come se Neil Hannon (Divine Comedy) si fosse improvvisamente impossessato dell’anima del ragazzo. C’è Beck, c’è proprio il Morrison (Van) di “Baby Please Don’t Go” e quello di “Gloria”. C’è l’altro Morrison (Jim) di “L.A.Woman”, ci sono gli Status Quo, c’è tutto questo ed altro ancora. Volutamente. Liberamente. Prendere o lasciare. Il pubblico lo tributa tra gli applausi. Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia; chi vuol esser lieto….

Termina il piacevole giorno strano con i tre Black Dice da Brooklyn. E’ un trio di terroristi sonori. Infilati – a ragione – nella faretra Merzbow e della scena power noise (si sfogli anche il libro musicale dei Wolf Eyes e si torni agli albori con i Throbbing Gristle). Le immagini vorticose e psichedeliche alle loro spalle, immergono gli sperimentatori americani in un’altra dimensione. Uditiva per noi comuni mortali, sensoriale per loro non comuni mortali. Lo scorso anno è uscito il terzo album (“Broken Ear Record”), il primo senza il batterista Hisham Bharoocha (vocalist nei Lightning Bolt), che viene estrapolato a misura anche in questa occasione. Se potessero Edgar Varese e i Red Krayola (spalleggiati dai Pere Ubu) chiederebbero i danni. Ma la grande capacità di creare un autentico muro di trance/hardcore/noisy, rende giustizia a questo prorompente combo.

Emanuele Tamagnini

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