Blaak Heat Shujaa e la fine di un’era

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Ora noi non sappiamo, nè siamo in grado di determinare con esatezza cosa passava nella testa di questi tre ragazzi pariens quando nel 2008 decisero di cominciare a suonare insieme e di chiamarsi Blaak Heat Shujaa (appena visti a Roma in apertura agli Spindrift). Probilmente suggestionati da qualche conoscenza sciamanica, pensarono di mischiare al nome di un santone, parole dalla tonalità più moderna, anglofona. In ogni caso mai denominazione fu più azzeccata per accompagnare uno stoner rock psichedelico, “dark andante” di siffatta qualità. Al fine di sfatare ogni scetticismo o incredulità in merito, si rinvia immediatamente all’ascolto del pezzo ‘Shadows’ (disponibile qui), terza track in album del loro ultimo lavoro ‘The Edge of an Era’, edito lo scorso aprile, dalla niente di meno che Tee Pee Records. E la superiorità dei ragazzi è sin da subito evidente. Certo non siamo ai livelli dei Kadavar, gli attuali mostri sacri berlinesi che a mò di rincarnazione tra Led Zeppelin e Black Sabbath si aggirano in tournée un po’ per tutta Europa e di cui avevamo già parlato in occasione del loro live su Parigi, ma i Blaak ammaliano e intrigano se non altro per la gran “scuola” che li accompagna. Lasciata la Francia infatti, i tre o meglio i due, ovvero Thomas Belier voce e chitarra elettrica e Antoine Morel-Vulliez al basso, si stabliscono a Los Angeles adottano un nuovo batterista e vanno a passare l’estate nel rench di Scott Reeder, ex-bassista dei Kyuss, che si occuperà a partire da questo momento di tutta la loro produzione, ivi compreso l’album ‘The Storm Generation’, uscito lo scorso dicembre su diverse etichette e dalle sonorità senza dubbio più “western spaghetti”. Sempre a Los Angeles, i Blaak si lasciano seguire anche da altri mentori, come Mario Lalli (una sorta di dio-padre del desert rock assieme ai suoi Fatso Jetson) e il poeta contemporaneo Ron Whitehead, autore guarda caso del “The Storm Generation Manifesto”. Ma quello che interessa finalemente, al di là dei maestri e delle grandi personalità che si aggirano dietro i Blaak Heat Shujaa, è senza dubbio la felice riuscita musicale che appaga e delizia senza limitazioni. Immergersi – preferibilmente in cuffia o in un luogo isolato con casse appropriate – nell’ascolto di ‘The Obscurantist Fiend’ – alla lettera “Il Diavolo Oscurantista” – seguito da ‘Shadows’, offre infatti quello stato di grazia proprio di colui che abbandona la dimensione reale per entrare in una specie di odissea psico-metal, attraversata da sonarità a tratti medio-arabeggianti a tratti più kraut, incastonate in uno stoner rock di ottima qualità. Cos’altro aggiungere? Passare all’ascolto è l’unica esperienza possible per dare senso a quanto finora descritto.

Daniela Masella

danielamasella@gmail.com

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