Björk @ Terme di Caracalla [Roma, 30/Luglio/2018]

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In uno dei più grandiosi esempi della Roma imperiale. Poco più a Sud del Bosco delle Camene. Le divinità delle sorgenti. Il luogo consacrato alle ninfe. Tra esperienza sensoriale e illusione, nel mito. L’eternità e la natura padrona. Non esiste altro posto al mondo più adatto di questa sconvolgente meraviglia ad ospitare l’oceano di suono procreato dall’Utopia della Regina Guðmundsdóttir. Il viaggio musicalmente più lungo di una discografia immacolata, ancora una volta mano nella mano con le inquietudini e le manipolazioni di Alejandro Ghersi, emersioni e sommersioni che riconducono anche agli studi del genio di David Toop.  Il professore con un passato nei Flying Lizards sembra aver avuto infatti un ruolo fondamentale, suo malgrado, al momento del concepimento di ‘Utopia’ grazie alle celebri escursioni etnomusicologiche e antropolgiche intraprese alla fine dei ’70 nell’Amazzonia incontaminata degli Yanomamö e dei loro rituali sciamani. Il gruppo etnico conosciuto come gli “osservatori della natura”. Ecco, si torna sempre alla scaturigine, alla potenza generatrice, al creato, all’ambiente in contrasto con la fredda tecnologia. E poi all’uguaglianza tra uomo e donna. La convinta affermazione che non esistono razze diverse. Intimità e confessioni, le proprie ferite. Temi universali. Difficili da trattare, da toccare con mano. Ostici se parliamo di “semplice” fruizione. Non per BjörkSoprattutto se la tua terra è l’Islanda. Soprattutto se per comporre le straordinarie melodie del disco numero nove, la seminale artista 52enne si è “limitata” ad intraprendere lunghe passeggiate contemplative proprio avvolta da quei paesaggi unici al mondo. La distanza che c’è tra Björk e certo pubblico che non ha interesse a conoscere quei temi, quella storia, quei sentimenti, è una distanza frutto solo di ottusa ignoranza. Difficile spiegare a parole, pigiando dei rumorosi, fastidiosissimi tasti, quanta bellezza alberghi in questa sublime rappresentazione. Che travalica il concetto (semplice peraltro) di “musica”, di “concerto”, di “spettacolo”. Siamo oltre. Siamo parte della narrazione favolosa. Torniamo ad essere parte del primordio. Siamo dentro l’idealizzazione. Siamo utopia. Sospesi.

Un mese e mezzo dopo quel discusso annullamento colpa di una violentissima perturbazione, ritroviamo la stessa atmosfera, percepiamo gli stessi brividi, assorbiamo la stessa voglia. E poco dopo le ventuno, rinchiusa in una gabbia di laser, al centro del palco, si manifesta nel suo scintillante abito dorato di Gucci. Ogni brano in scaletta è un capitolo della storia. Un ritaglio di giornale che racconta un attimo di esistenza. Allora dal principio. Da ‘Arisen My Senses’. Estasi e rapimento a intrecciare melodie in un cielo dai riflessi porpora, fasci di luce, mentre si schiude la generazione. Toccante come la devastante ‘The Gate’ che è pura trascendenza, l’amore, un canto chiesastico e al contempo dissonante. La natura si manifesta in tutta la sua grandezza quando l’artista (‘Utopia’, il cuore, il fulcro, l’epicentro) si connette attraverso, in mezzo ad una danza, quella delle melodie del flauto, siamo alla purificazione. Non del tutto a sorpresa ‘Claimstaker’, durante la quale ci addentriamo nel bosco, calpestio e sensazioni che ci fanno sentire più vicini, più a casa. In un totale assorbimento. ‘Blissing Me’ ci riporta allo struggimento del desiderio, nostalgia ‘Post’ elettronica, una curva nell’anima, un’incisione sulla pelle. Non è un caso che Björk abbia scelto poi ‘Isobel’, scritta assieme al poeta islandese Sjón, secondo tassello di una trilogia che comprendeva anche ‘Human Behaviour’ e ‘Bachelorette’. Una storia quasi autobiografica di una piccola ragazza che diventa grande in una grande città fino a prenderne il sopravvento. ‘Courtship’ esamina e scompone i rapporti interpersonali in un’epoca trafitta dalle tecnologie (prima e dopo arrivano i primi “grazzi” della serata). ‘Human Behaviour’ trasporta ancora tra i ricordi di bambina, un passo all’indietro, fusione perfetta con l’attualità (in una versione gigantesca) perchè prepara il campo per l’eterea ‘Tabula Rasa’, densa di significato, ci ricorda che ogni essere umano nasce libero, candido, vergine da preconcetti e pregiudizi. Un doloroso insegnamento rivolto alle nuove generazioni che hanno la possibilità di ripartire da zero, di resettare tutto quello che di sbagliato ha fatto la precedente genitura. E allora il pensiero corre a Isadora, l’amatissima figlia fonte d’ispirazione per ‘Medulla’, il midollo. La vita e la sua luce. ‘Pleasure Is All Mine’, l’allattamento al seno come esperienza di continuità. ‘Wanderlust’ che di ‘Volta’ era il punto centrale è qui a rappresentare lo smarrimento, la ricerca di un qualcosa che consapevolmente non si troverà mai. Siamo ad uno dei punti più alti. Potentissima. Devastante. “I have lost my origin. And I don’t want to find it again”. Sarah Hopkins lega ‘Feature Creatures’ alla personale ‘Kindred Spirits’, quell’anima gemella e quella (e)stran(e)a sensazione di poterla ritrovare in un’altra persona, in altro luogo, in un altro spazio del tempo. ‘Losss’ a questo punto non può che essere rivelazione, confessione, un cordone ombelicale lungo ‘Vulnicura’. ‘Sue Me’ è il tormentato rapporto con l’ex-marito Matthew Barney e quella triste disputa legale per ottenere la custodia della figlia. Martellante, ossessiva, dura. Rito marziale. Si chiude il sipario. Un arrivederci a luci spente.

Passa poco, un breve lasso di tempo che consente a moltissima gente di avvicinarsi alle prime file, ora siamo tutti in piedi. Rientra e prima di dedicarsi all’encore, ringrazia il pubblico per essere (ri)tornato al suo cospetto, a malincuore ricorda che questo è l’ultimo show e presenta i suoi musicisti. Il percussionista finlandese Samuli Kosminen (già negli Edea e nei múm), l’arpista Katie Buckley, il manipolatore elettronico Bergur Þórisson e il flute ensemble composto per l’occasione non da sette ma da sei musiciste, anche loro incredibilmente vestite con i costumi creati dal designer James Merry. Una menzione speciale la aggiungiamo noi a chi ha messo su “carta” il tour (Heimi Sverrisson), a Margrét Bjarnadóttir che ha curato le bellissime coreografie, alla stylist Edda Guðmundsdóttir e alla make-up artist Hungry. La conclusione è destinata ad una sempre incantata e incantevole ‘The Anchor Song’ (indimenticabile “I live by the ocean and during the night I dive into it…”) e a ‘Notget’ che racconta gli 11 mesi trascorsi dopo la fine di quell’indelebile rapporto matrimoniale. “After our love ended. Your arms don’t carry me. Without love I feel the abyss. Understand your fear of death”. Senza amore non è possibile avvicinarsi a questo cielo splendente, a questa sfera celeste. Senza amore non è possibile abbandonarsi su questa venustà di stile. Senza amore non è possibile danzare pervasi da un irrefrenabile gaudio. Senza amore non è possibile spiegare la grandezza di un artista che ha nuovamente superato se stessa. Senza amore non ci sarebbe Björk. L’imperio e la sua immortalità. Non poteva esserci altro posto al mondo più adatto di questa sconvolgente meraviglia. “Imagine a future, be in it”.

Emanuele Tamagnini

Foto dell’autore