Björk @ Auditorium [Roma, 29/Luglio/2015]

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L’arte. Tutto e il contrario di tutto. Oppure tutti che dicono il contrario di tutto. L’arte è una frode (come la teologia, diceva il signor Dick), un alibi da consegnare alla cultura (diceva il signor Flaiano), da amare perché fra tutte le menzogne è ancora quella che mente di meno (diceva il signor Flaubert), tutta completamente inutile (diceva il signor Wilde). L’arte. Semplice, forse, perché come diceva il signor Tolstoj “l’arte buona è sempre comprensibile a tutti”. Ma anche “l’arte è natura, natura concentrata” (grazie signor de Balzac). Ma poi ripensando ad una parte dei miei studi giovanili, non posso far altro che portare ad ultimo esempio, ad ultima citazione vincente, le parole del genio di Bruno Munari: “L’arte è ricerca continua, assimilazione delle esperienze passate, aggiunta di esperienze nuove, nelle forma, nel contenuto, nella materia, nella tecnica, nei mezzi”. Ricerca continua. Può bastare questo per definire la signora Björk Guðmundsdóttir. Anzi fatevelo bastare.

Perché all’indomani dell’annuncio delle date italiane, di infami cazzate, di uscite infelici, di considerazioni barbare sull’ARTISTA islandese se ne sono sentite a iosa. Il popolino frustrato che dice cornuto all’asino avendo però quel difetto così tanto pronunciato. Il contendere è stato centrifugato tutto sul valore artistico odierno di Björk in relazione al prezzo del biglietto. Una follia. Da qualunque punto di vista la si voglia giudicare/guardare, perché di punti di vista non ne esistono se ridotti in questi termini da zuffa di quarto grado. Non esistono giustificazioni a manifestazioni di così tanto squallore intellettuale. L’Italia che si lamenta dell’Italia mentre le sta dando il colpo di grazia. Björk non è più comprensibile? Perché la sua arte si è probabilmente evoluta, a differenza di molti dei suoi presunti estimatori rimasti ancora a chiedersi chi fosse Betty Hutton ai tempi di ‘It’s Oh So Quiet’. Björk è esperienza oltre. Oltre i confini dell’anima. Abbandono e coscienza. L’ultimo viaggio possibile. E oggi porta il nome di ‘Vulnicura’. Non tutti gli artisti riescono nell’impresa di valicare il tempo, di cadere tra le braccia dell’immortalità ancora in vita, di superare e azzerare fasi, mode, epoche. Tra quei pochi Björk mantiene uno dei posti in prima fila.

Tutto esaurito. Da tempo. Accrediti, pass, posti in piedi e, naturalmente, biglietti a pagamento. Sembra uno slogan. Ventinoveluglio da giocarselo sulla ruota del Lotto. C’è gente che si è data appuntamento al bar pur di ascoltare (almeno) e non vedere (purtroppo). C’è gente venuta da lontano. La Roma (oggi) sulla bocca di tutti diventa nuovamente protagonista di un evento tra i più straordinari degli ultimi anni. L’Auditorium in questo senso continua a mantenersi isola assai felice. Ho nascosto le carte. Rimanendo vago sulla presenza in Cavea e “bucando” sicuramente qualche amico. Mi perdonerete, ne sono sicuro, ma avevo voglia di mettermi in un angolino tutto solo. Con gli occhi socchiusi, trasportato dai quindici candidi elementi dell’orchestra, dalle atmosfere sintetizzate a nome Alejandro Ghersi > Arca, dalle percussioni Hang di Manu Delago, da LEI. La scaletta è nota. Il tour prevede più o meno questi brani. Inspiegabile lo stupore, la sorpresa, la delusione di alcuni che avrebbero desiderato ascoltare pezzi dagli amati album “orecchiabili” acquistati magari Nice Price dopo aver terminato l’Università. Splendida immersa nel vestito rosso firmato dalla maison Ungaro (è il colore che andrà nel prossimo inverno, anche in questo senso sguardo sempre in avanti), si manifesta puntualissima dietro una “sobria” velina, un corto che le copre il volto e l’immancabile stivaletto (rosa) sopraelevato che la rende ancor più slanciata verso il cielo. A cui quasi sempre rivolge il suo canto.

Da subito è pura catarsi. Lungo un concerto-concept ricamato da minimalismo elettronico (il tocco di contrasto, voluto, dipinto da Arca è in questo senso sublime) mentre alle spalle tutto scorre, la storia scorre, nascita e rinascita, la vita. La prima parte è raccontata da ‘Vulnicura’, dalla 1 alla 6, e si conclude (idealmente) con una danza primordiale, con un bellicoso alone dark sancito dall’esplosione di fuochi pirotecnici salutati dagli applausi del pubblico convenuto alla cerimonia. La notte è illuminata. Il secondo segmento sceglie il passato: ma attenzione! Non è uno ripescaggio casuale per dissetare i fan bisognosi, i brani “vecchi” sono incastonati, incastrati, inseriti volutamente per definire la fusione, il viaggio concettuale. ‘Come To Me’ non fa sentire differenze (che gioia ritornare agli anni ’90, non è vero?) e conferma quanto appena scritto mentre le due successive sono un atto d’amore verso l’adorata figlia Isadora. Del resto ‘Medúlla’ fu scritto dopo la nascita della bimba e ‘The Pleasure is All Mine’ sintetizza l’esperienza unica dell’allattamento materno. ‘I See Who You Are’ si conclude invece con una vera celebrazione della vita, gioia e felicità in un messaggio inequivocabile. ‘Debut’, ‘Medúlla’, ‘Volta’ e anche ‘Vespertine’ (‘Harm of Will’ pervasa dagli stessi umori di ‘Vulnicura’). ‘All Neon Like’, la preghiera di ‘Homogenic’, l’amore di una volta nei confronti del compagno, il dolore per la sofferenza della madre (‘Quicksand’) ci riporta a ‘Vulnicura’ così come la penultima ‘Mouth Mantra’ è un personale esorcismo del dolore (l’operazione alle corde vocali non è stata dimenticata) celebrato dalla chiusura spettacolare dei rinnovati fuochi che schizzano fuori dallo schermo e si lanciano addosso al buio di un cielo intimidito. L’esplosione finale della natura padrona e mutante di ‘Mutual Core’ chiude con un inchino un’esperienza strabiliante. “L’arte è ricerca continua, assimilazione delle esperienze passate, aggiunta di esperienze nuove, nelle forma, nel contenuto, nella materia, nella tecnica, nei mezzi”. L’arte è Björk Guðmundsdóttir.

Emanuele Tamagnini

Foto Giuseppe Celano

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