Bill Callahan + Vampire Weekend @ Circolo degli Artisti [Roma, 26/Maggio/2008]

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Ormai è diventata quasi un abitudine quella di assistere a un buon concerto il lunedì sera al Circolo degli Artisti. Questa volta però i concerti in questione sono due, con tanto di separazione di biglietti all’ingresso (anche se molti hanno saggiamente optato per acquistare l’abbonamento a entrambi gli eventi). Entro poco prima delle 22 e trovo sul palco una specie di bardo che si esibisce in un repertorio decisamente folk con la sua chitarra acustica. Non sono riuscito in nessun modo a capire il nome per cui penso sia inutile dilungarmi oltremodo su di lui. Non male però, e il pubblico lo applaude convinto. Alle 22:30 tocca finalmente a Bill Callhan (ovvero Smog), 42 anni indossati alla grande, accompagnato da altri tre musicisti. L’intro è affidata a ‘Teenage Spaceship’ e al suo andamento funereo perfetto per scaldare l’atmosfera. La scarna strumentazione rende al meglio l’immensa classe del nostro, che dagli esordi lo-fi e molto ardui da digerire, si è pian piano evoluto (o involuto, a seconda dei gusti) in un cantautore vero e proprio sulla scia dei vari Nick Cave, Lou Reed, Leonard Cohen e Bruce Springsteen. Si prosegue con la lunga e commovente cavalcata di ‘Our Anniversary’ che illumina e apre il cuore. E poi una lunga serie di brani, alcuni dei quali tratti dal suo ultimo album (il primo a nome Bill Callahan) ‘Woke On A Whaleheart’, che detto tra di noi, non mi ha entusiasmato affatto. Per fortuna però ci pensano altre canzoni a tenere altissimo il livello. Pochi possono vantare una sequenza come quella che mette in fila ‘Blood Red Bird’, ‘Cold Blooded Old Times’ e ‘Bloodlow’ (la trilogia del sangue verrebbe da pensare). E proprio come il sangue è la consistenza di questo concerto: denso, ti si appiccica (causa anche il caldo) e ti si incrosta addosso, e per quanto solvente si usi, la macchia non scomparirà del tutto.

La sala viene svuotata e poi riempita di nuovo (più o meno il numero delle persone è lo stesso anche se sembra drasticamente calata l’età media). Nella sala piccola un trio (The Shivers se ben ricordo) intrattiene il pubblico nell’attesa dei Vampire Weekend. Ma io proprio non ce la faccio a sentirli (una brutta copia dei The Jets… come se potesse esistere una brutta copia dei The Jets) e trovo più divertente vagare qua e là per la sala grande, fino a che il gruppo newyorchese sale sul palco principale. Sono quattro ragazzini, ho ascoltato molto il loro album e, indeciso se glorificarlo come capolavoro o liquidarlo come fuffa, mi sono riservato di tirare le somme solo dopo il loro concerto. Il pubblico invece ha deciso prima di me e li applaude come fossero delle star (anche per via dei numerosissimi turisti americani presenti in sala). Il loro set è divertente, va detto, e se avessi avuto una quindicina di anni in meno sono certo che sarei stato anche io in prima fila a ballare e saltare. Ma di sicuro respingo al mittente la parola ‘originalità’ che fa capolino su numerose recensioni per la rete. Ogni pezzo è chiaramente riconducibile a qualcosa o qualcuno: la pur bellissima ‘A-Punk’ è ‘Washington Bullets’ dei Clash a velocità raddoppiata e magari suonata dai Bloc Party e in mezzo c’è anche un plagio dell’inno nazionale tedesco, ‘Cape Cod Kwassa Kwassa’ (dove regggaeton fa rima con Benetton) nomina Peter Gabriel ma le influenze sono il Paul Simon di ‘Graceland’ e il David Byrne di ‘True Stories’, ‘The Kids Don’t Stand a Chance’ è praticamente una canzone dei Police, ‘I Stand Corrected’ degli Strokes. I loro brani migliori paradossalmente sono quelli che meno hanno a che fare con sapori afro: ‘M79’, coi violini quasi irlandesi e ‘Walcott’, brano pop a tutto tondo e capolavoro di arrangiamento con orge di archi, tanto che quest’ultimo viene suonato come bis a conclusione di un concerto che comunque è valso la pena vedere. Probabilmente il loro album girerà parecchio nella mia autoradio questa estate mentre me ne andrò al mare, ma difficilmente me ne ricorderò fra qualche mese quando andrò a selezionare un CD dal mio scaffale per poterlo ascolterò in mezzo al traffico di Roma.

Daniele Gherardi

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