Bilal @ Monk [Roma, 13/Novembre/2019]

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Bilal è stato una delle grandi promesse del neo-soul statunitense degli anni Zero, dotato di una voce calda e duttile, grande estensione timbrica e un falsetto caratteristico. Classe 1979, nato a Filadelfia e cresciuto artisticamente a New York, ha fatto parte del collettivo aperto Soulquarians, in compagnia, tra gli altri, di produttori come J Dilla e Questlove e di vocalist come Erykah Badu, D’Angelo e Common. Il suo debutto “1st Born Second” ha raccolto nel 2001 consensi unanimi, proiettandolo all’attenzione del mondo jazz e R&B e lambendo quello hip hop, grazie anche ai sodali Robert Glasper e Dr. Dre. Il suo secondo album “Love for Sale” era previsto per il 2006, ma è finito anzitempo su internet, facendone bruciare la pubblicazione e portandone al licenziamento da parte della Interscope. Ha totalizzato oltre mezzo milione di download e gli ha comunque permesso di andare in tour. Torna a produrre dischi ufficiali nel 2010 con “Airtight Revenge”, seguito nel 2013 da “A Love Surreal” e nel 2015 da “In Another Life”. Quest’ultimo lo ha riportato ad una buona attenzione di critica e pubblico, pur non bissando l’hype dell’esordio. In realtà la sua produzione artistica recente ha risentito della mancanza di una vera e propria hit, dandogli notorietà più per i featuring realizzati che per altro e consolidandolo come un outsider di lusso. Ha collaborato con Beyoncè, Guru, Mike City, The Roots, Jay-Z e soprattutto con Kendrick Lamar con cui ha vinto un Grammy Awards per la partecipazione a “To Pimp a Butterfly”.

Stasera a Roma la pioggia da una tregua, almeno a inizio serata, anche se il pubblico non particolarmente numeroso sembra non averne approfittato. Non sono previste aperture e alle 22:30 lo spettacolo ha inizio. La band è formata da: Conley Whitfield al basso, Randall Runyon alla chitarra e Joseph Grissett alla batteria. Le prime note di “Sirens” fungono da introduzione perfetta per l’ingresso in scena di Bilal. A differenza di quanto ci si aspettava, il live è molto vigoroso e l’approccio è decisamente funk rock. Quello a cui assistiamo sembra un ibrido tra Prince e i Living Colour, ma dalle coordinate decisamente jazz. Il genio di Minneapolis alberga nelle inflessioni della voce del leader, che a naso deve esser cresciuto consumando i suoi dischi. Il taglio rock dei newyorkesi è soprattutto nella chitarra di Runyon, nei riff e nei soli pieni di energia e di effetti e nelle smorfie di circostanza. Il jazz è evidente nella sezione ritmica, che rende complesse le strutture dei brani e infittisce le dinamiche con soluzioni a volte poco lineari. Il basso di Whitfiel è pieno e rotondo e sgorga fiero da un amplificatore ampeg dalla cassa statuaria e dalla testata granitica. Grissett ha impiegato oltre un’ora di check per far suonare la sua batteria come dice lui, meticolosità ripagata da un suono impressionante, con un doppio rullante dalla differente accordatura e un set di piatti personalizzati per forma e resa. La prima parte del live vede brani come “Winning Hand”, West Side Girl”, “Something to Hold On”, “For You” e “Sometimes”. Tecnica individuale, gran groove e buon gusto, anche se il tutto sembra un po’ freddo e ai poco avvezzi potrebbe risultare fine a se stesso. Ad un certo punto il concerto cambia. Mantiene sempre una qualità alta nell’esecuzione, ma acquista un calore e un coinvolgimento maggiore. Lo spartiacque è rappresentato da un siparietto con il pubblico mentre beve dell’acqua e sulla sua incapacità di pronunciarne correttamente il nome. Quindi esegue una gran versione di “Naima” di John Coltrane, in cui con la voce ripropone il tema portante del brano. Si conferma un grande performer e evidenza stile non solo nel canto, ma anche nel ballo e nella presenza scenica. La ballad che segue è un blues moderno dal cantato soul e l’animo metropolitano. “Back To Love” è un funk sinuoso dall’orientamento jazzato. I suoi vocalizzi e gli urletti sottolineano lo show, mentre nel mezzo dell’esecuzione improvvisa uno scat e la band lo segue con una sorta di fusion swingante di gran pregio. Il pubblico sarà anche poco numeroso ma partecipa con calore. “Soul Sista” è la sua unica vera hit. Ne eseguono una versione lunga e articolata, prima più lenta e poi di gran lunga più funky e veloce, impreziosita nel mezzo anche da una parte in levare. Sulla coda presenta la band, saluta , ringrazia ed esce, mentre la band conclude la coda strumentale. La pausa è breve e richiamati a gran voce, concedono un bis. Si tratta di una gran versione di oltre dieci minuti di “Is This Love”, che parte da una efficace interazione ritmica e un irresistibile riff di chitarra, Runyon poi si concede un solo memorabile che da vigore alla spazialità creata dai due amplificatori fender montati in parallelo e ai numerosi effetti a sua disposizione. Il suono si contorce e si stratifica come all’inizio della performance, ma con un appeal decisamente diverso. Finisce così, dopo un’ora e quaranta minuti di grande professionalità.

Cristiano Cervoni

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