Betti Barsantini @ Wadada Lab [Spadarolo di Rimini, 7/Aprile/2012]

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C’è questo piccolo libro di Charles Bukowski, “Shakespeare non l’ha mai fatto”, che racconta di una trasferta europea dell’autore statunitense insieme alla compagna Laura. In breve si tratta del diario di bordo di un viaggio risolutore verso le radici teutoniche del nostro nel vecchio continente che, tra le varie cose, vede lo scrittore impegnato anche in alcuni readings. Una delle cose che più colpisce Bukowski è che la maggior parte di quelli che escono di casa per andarlo a sentire leggere i suoi racconti, le sue poesie si siedono di fronte a lui e tengono in mano i suoi libri. Non hanno semplicemente sentito parlare del suo lavoro. Non si limitano a conoscerlo, magari anche molto bene. Lo hanno fatto loro. Lo posseggono, fisicamente. Al concerto di Alessandro Fiori e Marco Parente, aka Betti Barsantini, mi domando quanti degli astanti in sala possano dire lo stesso, quanti abbiano in salotto, nel cruscotto “Attento a Me Stesso” piuttosto che “Neve (Ridens)”. Lo penso verso la terza, quarta canzone in scaletta. Ed è un pensiero argenteo e fulminante che arriva quando ormai…sì, quando ormai lo spettacolo, sebbene appena iniziato, non lascia spazio alcuno a dubbi sull’autorevolezza e la bontà di quel che sta accadendo per mano di questi due signori. Siamo sul palco del Wadada Lab di Rimini e i nostri intrecciano un ping pong serrato di canzoni che eravamo abituati a sentire nei rispettivi dischi solisti, ma che stasera vengono riproposte a quattro mani. E non si limitano alla classiche versioni menestrello voce e chitarre assortite, nossignore. Ci sono parti di violino, tom, timpani e piccoli loops che tutto fanno venire in mente tranne che l’effetto base. Ed è un bene, a mio modesto parere. I brani – che si tratti di “Wake Up”, “Succhiatori”, “Fuori Piove”, “C’era una Stessa Volta”, storie di maiali alla specchio o Reagan laccati poco importa – questa sera accompagnano in un bellissimo luogo degno di un paesaggio lunare dipinto da Bacon chi ha voglia di sbirciare, di stare ad ascoltare. Perché ne basta uno, tra gli spettatori, che abbia voglia di farsi sedurre. Almeno uno mi confida Parente alla fine del set, e tutto acquista senso. Io penso che talenti come Marco e Alessandro dovrebbe veramente essere considerata alla stregua di una primizia culinaria rara. Cioè la gente dovrebbe uscire di casa e dire stasera vado a mangiarmi qualcosa di buono, per una volta vado davvero in un ristorante come si deve. Che, beninteso, non c’entra nulla con le posate d’argento e la carta dei vini scritta in francese. Fiori e Parente, novelli Felix Ungar e Oscar Madison, trovano la loro sintesi artistica nella proiezione del mezzobusto più famoso dei notiziari toscani e di un codice narrativo appeso ai satelliti. La cosa potente di questi due compari è che la loro singola poetica, vista contemporaneamente sul palco, presenta  grandi consonanze e altrettante complementarietà. Le classiche due facce dell’unica medaglia. L’una apparentemente più ludica, leggera e aliena. L’altra più concettuale, scientifica e chirurgica. Ma entrambe indispensabili e preziose. Non solo. I due si reggono il gioco da complici consumati. Quando pensi di aver capito chi è quello che più fa sorridere e quello che più fa riflettere, subito devi rivedere la tua posizione. Noti un pò di malinconia dove non c’era, trovi un pò di gioia dove non si sospettava. Niente paura. Una volta inquadrata la situazione, tutto torna fortunatamente fuori posto un attimo dopo. La personalità bipolare di Betti si rincorre, si sfugge, si ritrova sul palco alternandosi tra Jackill e Hyde, travestendosi infine da insospettabile maggiordomo. Ve l’avevo detto che si mangiava bene. Dimenticavo. C’è anche questo film di Woody Allen, “Io e Annie”. Diane Keaton fa la cantante jazz in un club dove, più che le canzoni e la voce, si sentono squilli di telefono, brusii, rumori di stoviglie e comande a pieni polmoni tra i tavoli. Ma Annie continua a cantare. Perché sa che la canzone è bella. E perché in sala, ad ascoltarla, c’e Woody. Al primo appuntamento, ma già innamorato.

Giuseppe Righini