Benjamin Clementine @ Auditorium [Roma, 25/Luglio/2017]

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Personaggio molto singolare Benjamin Clementine.  Nato nella periferia di Londra nel 1988, figlio di immigrati ghanesi, per motivi familiari va via di casa giovanissimo e si ritrova a vivere per strada. Affascinato dal pianoforte, dalle sacre scritture e dalla poesia, sviluppa fin da piccolo la sua passione performativa da autodidatta. La perfezionerà prima nelle strade di Camden Town e poi trasferendosi a Parigi, dove si esibisce ovunque, nei locali come nella metropolitana, dormendo per alcuni anni in un ricovero per clochards. La necessità di suonare senza microfono nelle situazioni più disparate, gli permette di sviluppare il suo particolare stile di canto. Scandisce le parole con vigore e forza inusuale, alza la voce recitando i suoi testi come fossero poesie, avvicina il suo stile ad una forma più intima e colloquiale, sapendo graffiare quando si deve. Nel 2012 viene notato da un discografico e viene messo sotto contratto per la realizzazione di due EP, “Cornerstone” del 2013 e “Glorious You” del 2014. Il debutto mediatico avviene nel 2013, nel programma televisivo della BBC “Later with Jools Holland”. Ospite della serata anche Paul McCartney, che spenderà ottime parole nei confronti del ragazzo. Nel gennaio del 2015 esce il suo album di debutto “At Least For Now”, che pur essendo molto coraggioso e senza produzioni alla moda, riesce ad ottenere il favore di pubblico e critica. Gli undici brani che lo compongono hanno la forza di mettere a nudo l’anima di Clementine, ponendo l’accento sulla voce dalla grandissima capacità timbrica e varietà tonale e su una scrittura densa e corposa. Dotato di un’intensità contagiosa e di un talento mai banale, spazia con disinvoltura dalla forma apparentemente pop all’impostazione classica, mantenendosi sempre ben saldo alle radici della musica nera. Un’opera che gli varrà anche la meritata assegnazione del Mercury Prize 2015. Il concerto alla Cavea di questa sera è l’occasione per ascoltare dal vivo anche il materiale del secondo album “I Tell A Fly”, uscita prevista il 15 settembre per Virgin/Emi e di cui per ora si conoscono solo i due singoli “God Save The Jungle” e “Phantom Of Aleppoville”, presenti sulle piattaforme digitali.

La paventata pioggia odierna per fortuna ci ha risparmiato ed il pubblico presente è abbastanza numeroso, anche se non proprio quello delle grandi occasioni. Di certo però è variegato a dovere e si nota una buona presenza straniera, soprattutto di lingua francese. Alle 21.10 Benjamin Clementine, che fisicamente somiglia sempre di più a Basquiat, fa l’ingresso sul palco insieme ai suoi musicisti. Con lui al piano e alla voce ci sono: un bassista, un batterista, una tastierista, organista e violoncellista e cinque coriste, di cui stranamente solo una di colore. Sono tutti scalzi e indossano una sorta di tuta da lavoro uguale tra loro, quella delle coriste è bianca, mentre quella degli strumentisti e blu come quella di Clementine, che sfoggia anche una specie di scialle bianco sulle spalle. Prima di iniziare, il palco è buio e sono tutti fermi e in silenzio. Il frontman invita i ritardatari a prender posto e sembra intenzionato ad attenderli tutti, esortandoli a far velocemente in italiano. Questa operazione prenderà almeno tre o quattro minuti e a molti sembrerà tra lo spocchioso e il surreale. Solo in seguito scopriremo che non era altro che il suo modo di rompere il ghiaccio. L’inizio del concerto si concentra sui brani del nuovo disco in uscita. “By The Ports Of Europe” apre le danze ed enfatizza subito la gran presenza dei cori, in una sorta di art rock sinfonico di matrice gaia, in bilico tra un Elton John d’epoca ed i Queen degli anni settanta. La versione live di “God Save The Jungle” parte che sembra Tom Waits dopo un ascolto forzato di temi classici. Contiene la famosa citazione dell’inno inglese e sfodera davvero una gran classe. “Awkward Fish” si muove tra ritmi spezzati ed incalzanti. Lui si alza e canta, lasciando che sia la band a guidare il groove. Quindi uno stacco con coro classico si infrange contro i suoi acuti, che si stagliano al cielo raggiungendo tonalità assurde. Giù applausi, mentre prova un timido e goffo approccio con il pubblico parlando in italiano. “Phantom of Aleppoville”, nella versione dal vivo, ha un bel tiro iniziale quasi pop, infarcito da una marcetta accattivante e da un coro che incalza fino alla ripartenza, evidenziando un bell’incastro delle voci con quella portante di Clementine. Uno stacco di solo piano spezza il brano in due, prima di ripartire facendo il verso al Nick Cave più blues e gospel, per poi implodere chiudendo in una sorta di dissolvenza. “Jupiter” è una soul ballad di carattere, che parte piano e voce, per poi irrobustirsi con l’inserto dei cori prima e degli altri strumenti poi, crescendo prima di giungere ad un finale secco. Il tempo di scherzare dal palco su un avventore intento ad uscire dalla Cavea, sperando che potesse rientrare e presto, ed è la volta di eseguire “Paris Cor Blimey”. Questa segue la falsariga della precedente con l’inizio di piano e voce, ma incassa un corposo innesto di richiami classici e con l’entrata della band e dei cori decolla con piglio deciso. “Condolence” apre la parte conosciuta del concerto e infatti viene accolta con un boato particolare. Parte languida ed avvolgente e cresce seducendo a mani basse, fino a che Clementine non invita tutti a cantare e il pubblico lo segue battendo le mani a tempo. Ad un certo punto stoppa la band e vuole che tutti cantino con lui a cappella una frase del testo, spiegandola minuziosamente. La farà ripetere ad oltranza finché non sarà tutta la Cavea a cantare e il testo non sarà interpretato esattamente. “It’s getting better” sarà il suo incoraggiamento fino alla ripetizione definitiva e al buon risultato raggiunto. Il brano successivo è “London”, ed è un gran pezzo. Sembra scivolare via tranquillo accompagnato dal classico battimano più o meno a tempo. Improvvisamente Clementine blocca tutto chiedendo se il testo è chiaro. Vista la ritrosia diffusa chiede che un volontario lo raggiunga sul palco e lo aiuti a tradurlo in italiano. Dopo un po’ d’imbarazzo generale, una mano si alza dalla prima fila e avuto l’assenso del vocalist, Carlo Massarini balza sul palco e lo raggiunge, traducendo la frase in questione. “Quando le mie vie preferite non accadono, io non lo sottovaluterò”. A questo punto il cantante chiede di cantarla in italiano, Massarini si presta e poi è la volta del pubblico. Purtroppo il tentativo fallisce miseramente ed anche l’ottimismo di Benjamin è costretto a fare un passo indietro e tornare ad indottrinarci in inglese. Finalmente il brano riparte e si conclude. Siparietto divertente, ma forse portato un po’ troppo per le lunghe. Chissà, magari se ne rende conto anche lui stesso ed è forse per questo che la successiva “Nemesis” viene eseguita molto bene e senza troppi fronzoli, fatta eccezione per un piccolo encore, adatto solo per chiamare l’applauso e chiudere la prima parte dopo poco più di un’ora. Richiamati a gran voce non si fanno attendere più di tanto. La violoncellista rientra da sola e parte con una sorta di introduzione, che non è altro che il preludio ad una gran versione di “Adios”. Lui la raggiunge sul palco ed in duo dispensano brividi e certezze. Un brano meraviglioso, estremizzato nell’accezione lirica e cameristica. La canzone che Nina Simone non ha potuto più scrivere e che sicuramente avrebbe interpretato volentieri. Risale anche il resto della band e “Ave Dreamer” torna a pescare nella nuova produzione. Lui dà il là dal clavinet e dopo la partenza del coro si accomoda al piano. Rullata lenta sui tom quasi wave, inserto dei cori gospel che vira in uno stacco vocale da call and response, crescendo dinamico e chiusura vocale lunga e ad incastro. Sembra finita, ma lui stoppa l’applauso incitando il pubblico a cantare l’inciso. Fa alzare tutti e fa battere le mani a tempo, creando un bel colpo d’occhio. La band lo segue e reinserendosi si lancia in una lunga coda, che non sarà finale, visto che Clementine ha un’idea diversa e guida il pubblico a chiuderla vocalmente. A questo punto uno dei presenti rilancia il coro tormentone precedente di “Condolence”. Lui non si fa pregare, la riprende piano e voce facendola cantare di nuovo a tutti, coadiuvato solo dal tappeto di accordi sul finale creato dalla tastierista. A questo punto, sulla scia della presa bene, intona la prima strofa e il ritornello di “Caruso” per un sentito omaggio a Lucio Dalla. La interpreta in un italiano incerto, ma è quanto basta per incendiare definitivamente la folla che lo segue nel canto. Quindi è la volta di una bellissima versione di piano e voce di “I Won’t Complain” tratto da “Cornerstone EP”. In realtà nell’esecuzione si aggiunge anche la violoncellista ma purtroppo il fonico, fino a qui impeccabile, si accorge di lei soltanto a metà brano. Al termine ringrazia tutti, dice di essere contento di suonare a Roma per la prima volta e invita tutti a muoversi, a meno che non vogliano comportarsi come degli alberi. Qui parte una reprise di “By The Ports of Europe”, brano con cui è iniziato il concerto. Lo interromperà speso per colloquiare con il pubblico, giocando con la semantica e le traduzioni di singole parole, chiudendo da vero istrione e coinvolgendo tutti. Sulla coda del brano stringe mani alla prima fila oramai riversa sul palco, autografa dischi e fogli di carta ed esce. Non risalirà, lasciando che la band termini il brano e raccolga il meritato applauso dopo un’ora e tre quarti di show.  Che dire? Un fenomeno davvero di valore assoluto, ma con qualche piccola autoindulgenza di troppo.

Cristiano Cervoni

Foto dell’autore

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