Belle And Sebastian @ Spilla Festival [Ancona, 12/Luglio/2015]

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 Viaggio in macchina, concerto, viaggio in macchina, lavoro. Lo feci lo scorso anno, per i Belle and Sebastian a Cesena, e mi promisi di non farlo più. Viaggio in macchina, mare, concerto, viaggio in macchina, lavoro. L’ho fatto quest’anno, per i Belle and Sebastian ad Ancona, e non mi prometto più nulla perché ormai ho imparato che quando ci sono di mezzo le passioni non sono in grado di mantenere. Ci sono band che apprezziamo, altre che stimiamo, quelle a noi musicalmente affini e altre che scopriamo per puro caso e poi seguiamo con affetto negli anni, ma sopra a tutte ci sono quelle che sentiamo nostre, vicine al nostro modo di essere più che a quello che tendiamo ad ascoltare. È difficile da spiegare, direbbero gli Strokes, pace all’anima loro, ma siamo sicuri che tra i lettori di Nerds più di qualcuno avrà capito esattamente cosa intendiamo. Torniamo per la seconda volta alla Mole Vanvitelliana di Ancona, isola artificiale collegata alla terraferma da tre ponti, per presenziare ad una serata dello Spilla Festival, giunto alla quindicesima edizione e con un cartellone al solito interessante, anche per chi come noi vive in una metropoli come Roma, dove, almeno in potenza, dovrebbe esserci una programmazione di maggiore spessore. Approdati nel cortile ci guardiamo intorno, prendendo le misure ad una cornice così speciale, e notiamo che in una sala interna c’è “Shot”, mostra fotografica a cura di Stefano Masselli che celebra il decennale della Comcerto, società che si occupa di organizzazione e promozione di eventi musicali, tra cui appunto quello di stasera. È una lunga e suggestiva carrellata di immagini di artisti celebri, o diventati tali successivamente a quegli scatti, ognuno rubato durante un live organizzato dalla stessa agenzia. Un modo divertente e diverso dal solito per passare il tempo che ci separa dalla musica vera e propria. Avremo anche la possibilità di perdere qualche minuto al banchetto del merchandising, zeppo di materiale della band di Glasgow, tutto ispirato alla recente svolta dance dell’ultimo album, e dei due opening act, Maria Antonietta e i Matinée. Letizia Cesarini, meglio nota col nome della regina francese decapitata, nelle Marche gioca in casa ed è la prima a prendersi la scena, sola e in acustico con la sua Gretsch rossa, capace comunque di far emergere la sua caratteristica grinta. L’avremmo preferita a ridosso dell’headliner di serata, ma quel ruolo spetterà ai Matinée, band abruzzese di stanza a Londra che ha colpito Chris Geddes, tastierista e fondatore dei B&S, grazie al loro indie rock con venature electro. Non hanno però lo stesso effetto su di noi, lasciandoci piuttosto indifferenti, probabilmente la cosa peggiore che un gruppo spalla possa fare. Il colpo d’occhio è buono, tutti i posti a sedere sono occupati, ma basta poco per scorgere una serie di ragazzi, molti dei quali volti noti incontrati qua e là in giro per concerti, ai nastri di partenza e pronti a scattare nell’area subito a ridosso del palco all’inizio del live più atteso.

Prima però ci sarà da attendere qualche minuto a causa di un inconveniente. Il proiettore deciderà di non funzionare, nonostante i ripetuti tentativi di rianimazione da parte di un inserviente che meriterà comunque un plauso per la caparbia. Il telo resterà così grigio e lo spettacolo visual preparato dalla band scozzese non potrà avere luogo, ma la musica in pochi minuti colorerà tutto senza farcelo rimpiangere. Prenderemo posto, con fortuna e scaltrezza, in prima fila all’altezza della zona centrale del palco. Non avremo problemi a causa della pressione dei ragazzi assiepati alle nostre spalle, educati come solo il pubblico di una band twee sa essere. L’apertura, come nel recente nono disco in studio, è affidata a ‘Nobody’s Empire’. ‘Girls in Peacetime Want to Dance’ è arrivato a quasi cinque anni dal precedente ed è stato molto, troppo, criticato per via di un cambiamento stilistico che vira alla dance, ma senza abbandonare episodi più tipici del collettivo scozzese, come appunto questo primo brano. Sul palco la band scozzese è al gran completo, con i suoi mille strumenti ed il trio più a ridosso della folla composto dal cantante e in qualche caso chitarrista Stuart Murdoch, il chitarrista e seconda voce Stevie Jackson e la dolce polistrumentista Sarah Martin. L’esecuzione, sin da subito, è orientata alla perfezione, e, al solito, ci sorprenderemo dell’affiatamento musicale di un collettivo così numeroso. Il brano numero due è ‘I’m A Cuckoo’, che non sente il tempo, se è vero com’è vero che la prima volta la ascoltammo dodici anni fa e oggi ci entusiasma ancora come se fosse l’ultima, eccitante scoperta, quale poi è ‘The Party Line’, puramente disco ma con un classico testo alla Belle and Sebastian che ci fa sognare e sperare che gli ultimi concitati trenta secondi durino per sempre. Poi il dialogo col pubblico inizierà a farsi più insistito, nonostante Murdoch ci sembri meno bendisposto rispetto ad altre volte. Farà, con il supporto degli spettatori, l’appello delle città italiane presenti e quanto vorremmo chiedergli cosa c’è alla base della decisione di fare live solo nei piccoli centri, almeno nella nostra penisola. Mentre suonano ci trascinano in un mondo sognante, spiritoso, sofferente e ingenuo, come quello che abbiamo dentro di noi, anche se a volte gli intermezzi del frontman sono velati da un cinismo che stona, ma smettiamo ben presto di interrogarci pensando che è tutta una parte che interpreta per strappare quattro risate alla platea. I brani dell’ultimo disco si susseguono, ed ascoltarli dal vivo ci convince ancora di più del fatto che questo possa considerarsi un capitolo riuscito della loro quasi ventennale carriera. Proprio gli estratti da ‘GIPWTD’ daranno modo di esibirsi al microfono a Jackson, nella catastrofica, ma con un finale messaggio di speranza, ‘Perfect Couples’, e a Miss Martin, nell’incantevole ‘The Power Of Tree’. Non si dimenticheranno dei fan della prima e seconda ora, con alcuni pezzi di storia come ‘Piazza, New York Catcher’, ’Seeing Other People’ e ‘Get Me Away From Here, I’m Dying’, il cui turno arriverà nel corso dell’encore. Ci troveremo a chiudere gli occhi, scuotere la testa e canticchiare piano, senza alcuna voglia di disturbare gli altri in questi momenti di puro sentimento. Il frontman chiamerà una ragazza a ballare sul palco, poi dirà a tutti gli altri di sentirsi liberi di salire anche loro a danzare tra i musicisti. Una decina di ragazzi raccoglieranno l’invito, sulle note di ‘The Boy With The Arab Strap’, e resteranno lassù per due brani. Questo gesto è l’essenza di una band che fa della semplicità il suo marchio di fabbrica e che proprio per questo ci convince a complicati viaggi per raggiungerla. E poco importa se l’indomani, per restare svegli in ufficio, dovremo prenderci due o tre caffè in più.

Andrea Lucarini
@Lucarismi

Foto dell’autore

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