Belle And Sebastian @ Rocca Malatestiana [Cesena, 8/Agosto/2014]

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Highlander l’immortale. Highlander le patatine dal gusto vivace, peraltro italianissime. Braveheart. Il whisky. Il mostro di Lochness. La Tennent’s. Arthur Conan Doyle. La croce di Sant’Andrea. Nell’immaginario popolare italiano sono queste le sinapsi che prendono vita ogni qualvolta si menziona la terra anticamente nota come Caledonia. Poi c’è quella Scozia più sotterranea, quella in cui si sussurra, non si alza mai la voce, figurarsi se si usa la forza, si racconta di problemi di cuore, non riscontrabili da un elettrocardiogramma, di amori andati a male, amicizie fallite, lieti fine sempre più sospirati che respirati. Ad ogni modo quella Scozia ti rasserena, ti fa capire che c’è sempre chi sta peggio, ti dà speranza e ti fa chiedere di spalmare il giorno di riposo dal lavoro in due mezze giornate, il pomeriggio di venerdì e la mattina di sabato, utili per raggiungere Cesena da Roma, assistere ad un concerto, dormire qualche ora, ripartire per tornare al proprio posto con la polo d’ordinanza ed una faccia da “ma che ne volete sapere voi?”. La nazione in questione, lo avrete già intuito dalla prima riga, è quella che ha l’onore di aver dato i natali ai Belle And Sebastian, band attiva dal ’96 ed allergica alle logiche dello show business. Vi basti un esempio: il tour italiano tocca Cesena e Castelnuovo, non propriamente due metropoli e di conseguenza non due posti scelti in base al numero di biglietti che sarebbero stati staccati. Peraltro non si tratta di un’eccezione, se è vero come è vero che, escludendo una data milanese, le altre due recenti sortite nello Stivale erano state a Vasto ed Arezzo, altre città dove non penseresti di ascoltare una band con una storia quasi ventennale, un seguito eccezionale ed un cachet più alto di quanto si possa immaginare. Ma loro sono fatti così, e nonostante Stuart Murdoch, frontman generoso e uomo affabile, ci svelerà al termine del live che molto probabilmente nel 2015 il loro tour toccherà anche Roma, noi non ci crederemo, dopo averli visti così a loro agio in questa dimensione provinciale. La Rocca Malatestiana, posta sulla sommità di un colle, è una fortezza nata per difendere la città di Cesena, ma l’impervia salita necessaria per raggiungerla ci fa ironizzare sul fatto che l’utilità di quel tipo di conformazione stradale potesse essere quella di scoraggiare i nemici, proprio a causa della scarpinata che avrebbero dovuto compiere. Arrivati alla venue col fiato grosso, frutto anche di una sigaretta accesa prima che la strada ci svelasse la pendenza, ci guardiamo attorno ed i nostri occhi iniziano a brillare. La cornice è splendida ed un plauso va agli organizzatori di ‘acieloaperto’, nome della rassegna che ha fatto il colpo grosso assicurandosi i servigi della band di Glasgow in una location così affascinante. Tutt’attorno ci sono gli stand e si va da quello che vende dischi, a prezzi troppo alti per chiunque abbia una minima dimestichezza con Amazon e Discogs, ai punti ristoro che offrono vari menu che potrebbero essere sintetizzati col grido di battaglia “potere ai fritti!”. C’è anche il merchandising ufficiale, ed accanto a quello degli headliner notiamo l’album di Enrico Farnedi, cantautore locale che si presenta sul palco imbracciando un ukulele e raccontando storie sulla vita di provincia, cantando in italiano e lasciando perplessa la stragrande maggioranza dei presenti. Più della performance in sé, ad essere poco felice è a nostro avviso il palcoscenico sul quale è stato mandato ad esibirsi un ragazzo che poteva essere maggiormente valorizzato in una cornice più intima. Curioso il fatto che i Belle and Sebastian avessero dato l’aut aut: o apre un solista, o nessuno suonerà prima di noi. Al termine dell’opening act riusciamo a prendere posto in un’ottima terza fila, decidendo di ignorare le richieste di cibo e di sosta alla toilette, inoltrate dal nostro sempre troppo bistrattato organismo. La birra è già in mano, la posizione è invidiabile, gli amici ci circondano, tutto il resto può attendere. Anche il domani, al quale cerchiamo di non pensare. Un quarto d’ora dopo le 22 inizia ad esserci movimento dietro le quinte e di lì a poco un quartetto d’archi locale si stabilirà su delle sedie poste sul palco. Al termine dell’insediamento di tutti gli artisti, si conteranno ben dodici elementi, con la prima linea composta dallo storico frontman Stuart Murdoch, dall’occhialuto chitarrista e seconda voce, ma spesso anche prima, Stevie Jackson, e dalla dolcissima Sarah Martin, voce e violino. La setlist si apre, come da rito, con la strumentale ‘Judy Is A Dick Slap’, mentre il primo brano con liriche è ‘I’m A Cuckoo’, una hit, anche se questo termine, a seconda dei punti di vista, va stretto o largo agli indie poppers di Glasgow. Stuart, che si presenta con una t-shirt nera traforata, simil calcistica, con una grande scritta Morris sulle spalle, si dimostra istrionico nel contatto con i fan e canta con la leggerezza di uno che è sotto la doccia, con naturalezza ed all’apparenza senza sforzo. L’effetto è da lasciarci a bocca aperta, e lo stesso si può dire per gli arrangiamenti, così impeccabili da far sembrare quello che ascoltiamo frutto di un lavoro certosino sui dettagli. L’atmosfera non tarda a scaldarsi, stemperata sul palco da due ventilatori posti ai lati dello stesso e direzionati verso gli artisti. I suoni dei vari strumenti (tromba, contrabbasso, piano, tra gli altri) si armonizzano alla perfezione ed ognuno fa la propria parte in maniera eccellente. Soltanto i brani tratti da ‘Write About Love’, ultimo album in studio, sembrano essere in tono minore, visto che la base prodotta dal Korg MS2000 sarà proposta a volumi troppo bassi. Ma i cori in ‘I Want The World To Stop’ e ‘I Didn’t It See Coming’ valgono da soli il prezzo del biglietto e forse qualcosa in più. Murdoch, faccia ed atteggiamenti da brava persona, farà divertire coinvolgendo alcune ragazze del pubblico, dapprima portando con sé in cima alla rocca due bionde fanciulle di San Marino (“già pagano due lire di tasse, premiamole pure”, il commento) durante ‘Sukie In The Graveyard’ e poi facendo salire alcune selezionate donzelle a ballare sul palco per ‘The Boy With The Arab Strap’ e la successiva ‘Legal Man’. Stevie Jackson, maglia a righine orizzontali curiosamente più larga che lunga, farà la parte del leone, anche se l’atteggiamento del corpo ricorderà più quello remissivo di un agnello. Durante ‘(I Believe in) Travelling Light’, tratta dalla recente raccolta di b-sides e rarità ‘The Third Eye Centre’, emergerà nuovamente il disinteresse della band per il lato commerciale, quando Jackson, introducendo il brano, impiegherà alcuni secondi a ricordare il titolo dell’ultima uscita. Il finale ci lascerà un po’ di amaro in bocca, per via di un encore durato solo il tempo di ‘Me and the Major’ e subito partirà l’elenco delle hit mancate, dei brani che avrebbero dovuto fare per forza e che non sono stati eseguiti. In attesa di nuove date, godetevi intanto la lista di quelli di Cesena. L’abbiamo ottenuta con un salto da cestista e poi regalata ad un ragazzo che sembrava davvero non poter vivere senza, ma non prima di aver scattato una foto per corredare il report e rendere edotti i lettori.

Andrea Lucarini

@Lucarismi

Foto dell’autore

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