Beach House @ Piper [Roma, 10/Marzo/2013]

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Negli ultimi tre anni i Beach House me li sono portati a letto. In macchina. In un viaggio in solitaria. Li ho messi su per calmarmi, dopo quella litigata furibonda, e per festeggiare, dopo un successo. Per trovare la forza di fare quell’ultimo scatto quando ormai non ne avevo più e per farmi compagnia in quella giornata al mare che sembrava non voler finire mai. Sono stati con me tanto da imparare a volergli bene anche se, ed è qui che volevo arrivare, non ero mai riuscito a vederli dal vivo. Ho iniziato ad apprezzarli relativamente tardi e quando sono capitati in città li ho persi in quel modo che mi capita spesso quando si tratta di live che aspetto da mesi: una maledetta influenza. Così nei giorni scorsi ho aggiunto uno strato ai miei vestiti, una sciarpa sotto il cappotto e mi sono portato dietro l’ombrello anche quando c’era il sole, tutte precauzioni che dubito prenderei nel caso in cui nel calendario dei prossimi eventi a cui partecipare ci sia il mio stesso matrimonio.

Arrivo al Piper Club presto, molto presto, visto che il boss di questo sito mi ha messo in guardia sulla bravura di Marques Toliver, artista emergente con l’album d’esordio in uscita il 23 maggio ed apripista per il duo di Baltimora in questa frazione di tour europeo. Ovviamente l’imbeccata risulta essere più che apprezzabile: il sosia (fisicamente parlando) di Kele Okereke dei Bloc Party stupisce deliziando la platea con tre brani in cui canta e suona il violino con una spiazzante maestria. La sua verve, poi, lo fa rimanere ancora più impresso, tanto che a fine serata quando lo trovo intento a salutare e ringraziare i presenti, metto il mio contatto su un foglio attraverso il quale sta creando una sua mailing list, essendo più che incuriosito dei suoi passi futuri. Dispiace che almeno la metà degli spettatori paganti non siano stati “attesi” dall’organizzazione che ha fatto suonare Toliver prima che l’interminabile coda all’esterno del locale fosse esaurita. Quando sono le 22:15 il Piper, nonostante nel pomeriggio vantasse ancora biglietti disponibili, sembra ormai pieno in ogni ordine di posto, così scelgo di scostarmi da una situazione che stimola la mia vena claustrofobica (neanche troppo sviluppata a dire il vero) per innalzarmi sulla sinistra del palco, in quello che presumibilmente assume il ruolo di privè nel corso delle serate disco a cui è avvezzo lo storico locale di Via Tagliamento.

In linea d’aria sono a non più di tre metri dal palco e non appena me ne rendo conto davanti ai miei occhi appaiono Victoria Legrand, Alex Scally ed il batterista (membro live della band) Daniel Franz. L’avvio è con ‘Wild’, brano tratto da ‘Bloom’ ed apertura designata per tutte le date recenti del tour. L’approccio con la voce della Legrand, per un neofita dei loro live come me, è da brividi sulla schiena: per quanto si possa essere coscienti dell’esistenza degli effetti, quello che ascoltano le mie orecchie è qualcosa che non esiste in natura, certamente più simile al canto di una sirena che a quello di un essere umano. Superato lo smarrimento iniziale scorgo, mentre scorrono le note di ‘Other People’, la superba scenografia montata alle spalle dei tre musicisti: cinque tendine rettangolari bianche e nere sulle quali vanno a finire dei fasci di luce che creano splendidi effetti negli occhi degli spettatori ed atmosfere da sogno nelle loro menti. L’aspetto visivo è da sempre considerato parte integrante dell’esperienza Beach House dagli stessi membri ed ora mi trovo davanti ad una terza prova, dopo quelle fornite dagli artwork dei loro lp e dai videoclip sempre più vicini a cortometraggi presentabili a festival cinematografici che a banali accompagnamenti dei brani. ‘Norway’, terzo brano in scaletta, fa partire grida di giubilo, segno che i brani contenuti in ‘Teen Dream’ sono quelli che hanno fatto innamorare gran parte dei presenti. Il trasporto con cui viene seguito il live è totale, così come il rispetto ai limiti dell’adorazione per i tre sul palco. Da sottolineare il fatto che nell’ultimo show romano, quello del 2010 al Circolo degli Artisti (locale con almeno 400 posti di capienza in meno del Piper) si sia andati lungi dal sold out, mentre stavolta, nonostante una giornata tra le più piovose degli ultimi mesi, il rapporto tra domanda e offerta di biglietti sia risultato in equilibrio. I Beach House ripagano i loro numerosi fan con una chicca, ‘Master of none’, brano tratto dall’omonimo album d’esordio datato 2006 ed assente da tempo immemore nelle loro setlist. Sarà l’unica traccia estratta da quel lavoro, in quanto la parte del leone nei 16 brani in scaletta verrà incarnata dai pezzi più recenti di ‘Bloom’ e ‘Teen Dream’, stessa produzione e quasi riconducibili ai lati A e B di uno stesso disco, o meglio di un compendio a tema dream pop. Arrivati a ‘Wishes’, decimo brano del novero, i tre ragazzi sul palco sembrano ormai sciolti e divertiti: Victoria, memore delle sue esperienze teatrali (o forse cosciente del fatto di trovarsi in Italia) gesticola riportandoci alla mente alcuni frammenti del video di questo brano, prodotto a cui il duo tiene talmente tanto da fargli colonizzare da giorni l’intera homepage del proprio sito. Riesce difficile isolare un momento che possa rappresentare lo zenit della serata: la qualità e la magia della musica restano pressoché stabili su altissimi livelli, ma è durante l’esecuzione di ‘Take Care’ che finisce con Scally chino sulla chitarra e la Legrand distesa sulle tastiere che il mio vicino di posto deve subirsi il mio melodrammatico “Adesso piango”. Dopo tredici brani i tre scappano dal palco con una tale celerità (la cantante/tastierista addirittura correndo!) da far presagire un rapido rientro in sala, ma a prescindere da questa prassi ormai rodata, stavolta l’entusiasmo dei presenti è talmente palpabile che avrebbe convinto anche un ipotetico artista ostile agli encore a rientrare per ringraziare il proprio pubblico con un ulteriore dose di musica. Si chiude con ‘Irene’, proprio come nel più recente lavoro del duo di Baltimora, e gli spettatori saliranno le scale che li condurranno all’uscita col sorriso sulle labbra, nonostante la pioggia (ancora lei) li attenda puntuali. Come dargli torto? In un weekend di maltempo gli unici a poter dire di essere stati in una Beach House, anche se fuori stagione, sono proprio loro.

Andrea Lucarini

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