Beach House @ Circolo degli Artisti [Roma, 14/Luglio/2010]

803

La prima volta che andai a vedere i Beach House fu in pieno inverno. Era stato bello in inverno, e grazie a loro, assaporare l’estate. In inverno. Perché l’estate è davvero, davvero bella quando la immagini attraverso un libro, una musica, un’immagine che stuzzichi le percezioni sensoriali, le memorie degli aspetti piacevoli dell’estate. Come il mare e la spiaggia verso le sette di sera ad esempio. Come lo schiaffo sonoro dell’acqua su uno scoglio. Come il sole rigonfio e vermiglione inghiottito dal mare. E poco altro ancora. Quello che mi aspettava al circolo era invece fantahorror di mutazioni genetiche di astanti squagliati e odori criminali e sì, di un respiro affaticato e della maglietta che diventa adesiva. Fatico perfino a batter le mani e temo che qualcuno entri in contatto con me per non rimanergli appiccicata addosso. Dov’eri aria condizionata? Sul palco quattro giganti totani pelosi illuminati a intermittenza [mah!]. Entrano i due, anzi tre, c’è infatti lo spazio per un frammento di batteria, che male non fa. L’ingresso è accolto con un entusiasmo abbondante, non fu proprio lo stesso due anni fa; comprendo così l’efficacia e il potere della glorificazione pitchforkiana e non solo. Hai capito l’indie hype! Victoria Legrand si ripropone nel look come un incrocio venuto bene tra Kate Bush degli esordi e un pastore bergamasco. Ci vuole un certo coraggio a portare sciolta una tale folta capigliatura in una tale infernale circostanza. Oppure bisogna solo volersi male. Una giacca abbottonata anni molto ottanta e copiosi flutti piliferi che le coprono interamente viso e spalle. Eppure è così che si dà in pasto per una buona ora e forse più. L’inizio è con ‘Better Times’, brano di una dolcezza che mitiga e successivamente ‘Used To Be’. E’ poi il turno della più animata ‘Walk In The Park’ e poi ancora ‘Norway’ in cui la voce di Victoria compie dei passaggi di colore più interessanti, percorsi dagli arpeggi siderali di Alex Scally.

Ho ascoltato ‘Teen Dream’ solo un paio di volte, eppure ogni brano si è fatto ricordare per una semplicità melodica e un cantato in fondo non poi così variabile nelle sue maglie. Ancor più dal vivo, che ascoltando l’album, ho l’impressione che l’atmosfera sonora rimanga costantemente imbrigliata in una trama lineare. Da sogno sicuramente, ma con poche sorprese. Ho comunque voglia, per la seconda volta ascoltandoli dal vivo, di farmi una nuotata in un mare calmo. La musica dei Beach House è morbida e ossigenante [l’unica vera boccata d’aria fresca della giornata], è un balsamo che lenisce le increspature ed è una grande capacità anche questa. Victoria stabilisce comunque un suo tratto e un’impronta vocale, sebbene non se ne allontani mai troppo ma questa è probabilmente una mia attenzione maniacale per l’uso della voce. Verso la fine si inseriscono brani del precedente ‘Devotion’ come ‘Gila’ e ‘Heart Of Chambers’, assolutamente tra i brani migliori del duo che dal vivo brillano di colore e luce. Ci si risveglia solo con ’10 Mile Stereo’ e una cosa bruttina come la cover di un brano di Celine Dion. BURP. Però bravi davvero. Ed io torno a casa sul materassino, a pancia sotto, remando con le mani. In a very dream pop way.

Marianna Notarangelo

5 COMMENTS

  1. Complimenti, bella recensione, condivido tutto, come ho condiviso il sudore con te e altre (eroi?, masochisti?) persone.
    Chiudo con una polemicuccia…
    Il circolo lavora bene, noi lo sosteniamo…ma…..un impiantino di air conditioning no???????

  2. Ohtthankss! Ma non eravamo persone però, non più, eravamo würstel bisunti.
    Ti correggo: eine grosse impianten.

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here