Beach Fossils @ Monk [Roma, 12/Settembre/2017]

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È da un po’ di tempo che troviamo connessioni tra tutto ciò che facciamo. Come se fossimo arrivati ad un punto della vita in cui molti cerchi si chiudono e capiamo che ogni tassello inseritosi nel puzzle tempo prima, senza motivazione apparente, era in realtà determinante per andare a comporre il disegno finale. Tutto sembra in via di definizione, di soluzione, di superamento, di comprensione, e trovarsi di fronte a qualche momento di rituale relax non può che far piacere, come quando all’interno di una serie TV ricca di colpi di scena c’è una puntata piatta, ma che aiuta a tirare il fiato ed allentare la tensione in vista di nuovi, strabilianti, eventi. Fortuna vuole che come alleggerimento abbiamo due viscerali passioni, la musica e il calcio, con le rispettive stagioni che entrano nel vivo in questo preciso momento dell’anno. Andiamo così al Monk Club per un concerto, la sera di una partita importante, una di quelle che di solito avremmo seguito dagli spalti, ma non questa volta, visto che l’organizzazione del locale, comprendendo l’importanza dell’evento nella cultura romana ha deciso di proiettare il match prima del live. La soluzione scelta non è però quella tipica da pub, con commento sparato a tutto volume, ma tutto l’opposto. Al posto della voce dello strillone di turno, con troppa grazia chiamato telecronista, si è optato per un sottofondo musicale che spazia da sonorità brasiliane, le più usate, alla World Music, passando per la celeberrima (per i fan di “Twin Peaks”) ‘Audrey’s Dance’ composta da Angelo Badalamenti, mentre una partita tirata volge ad un pari a reti bianche, non senza emozioni. Al triplice fischio, ovviamente non udito, ci alzeremo dalle comode sdraio per fare i venti passi che ci separano dal botteghino dove potremo ottenere il titolo d’ingresso per assistere allo show dei Beach Fossils, con commenti che nella coda spazieranno tra ciò che abbiamo appena visto e quello che staremo per sentire, ovvero una band statunitense che, attiva dal 2010, ha prodotto tre album, tra lotte intestine interne alla band, con membri che se ne vanno a suonare altrove (DIIV, Heavenly Beat) e addii all’etichetta, la Captured Tracks, che li aveva supportati fin dagli esordi. L’ultimo disco, ‘Somersault’, lanciato sul mercato nel mese di giugno di quest’anno, a tre anni dal sophomore, ha ricevuto critiche contrastanti, non ci sono brani epocali al suo interno, ma saltano all’orecchio l’inserimento degli archi, alcuni omaggi all’easy listening e al soft rock anni ’70, nonché un cameo di Rachel Goswell degli Slowdive, prezzemolina in quest’ultimo periodo, nel pezzo ‘Tangerine’. Notiamo sin da subito che nella sala concerti ci sono più presenze di quante ce ne aspettassimo e che la fauna ha un’età media più bassa rispetto a quella di solito presente a live analoghi: ci sono comitive di post-liceali e ci mettiamo pochi secondi a immaginare che oltre alle mere ragioni musicali possa esserci qualche traino dovuto a fenomeni televisivi. Basterà una scrollata alla pagina Wikipedia della band (quella inglese, che le italiane nei casi di band che non riempiono stadi hanno le stesse righe di un telegramma) per renderci conto che i Beach Fossils hanno avuto una parte in “Vinyl”, la serie TV creata e prodotta da Martin Scorsese e Mick Jagger, che segue gli esordi della fittizia punk band The Nasty Bits, col figlio d’arte James Jagger alla voce, ma agli strumenti niente di meno che i musicisti che questa sera saranno sul palco del Monk. Quando il quintetto, capeggiato dal frontman Dustin Payseur e dal bassista Jack Doyle Smith, salirà sul palco, noteremo un grande entusiasmo per un concerto che con voce, chitarra, basso, batteria, tastiere/fiati scorre via nella prima parte senza particolari scossoni, con brani belli e altri meno riusciti che spaziano tra vari generi e che spesso, a prescindere dalla tipologia, hanno chiusure à la punk, tagliando con l’accetta le melodie che in certi casi vorremmo durassero per sempre, o almeno un po’ più a lungo. La scaletta risulterà quasi equamente divisa tra i pezzi del nuovo album e quelli tratti dai due precedenti, con una menzione d’onore per il brano ‘Be Nothing’, tratto dall’ultimo disco e davvero ben arrangiato. Per la maggior parte del live i Fossils terranno il classico understatement da indie pop band, poi, d’improvviso, sul finire, il frontman diventerà aggressivo e si farà orchestrante di una serie di scenette tra il serio e il faceto nelle quali dichiarerà cose assurde, minaccerà di rompere una chitarra, senza farlo, chiamerà sul palco Liam Gallagher, in realtà un ragazzo con un cappello che somiglia al cantante degli Oasis non più di ogni altro individuo presente al Monk, per una cover di ‘Smells Like Teen Spirits’ dei Nirvana, suonata benissimo, e cantata alla carlona e a tratti, un po’ dallo stesso “Liam”, un po’ da Payseur. La scaletta si chiuderà con il terzo pezzo dell’encore, ‘Daydream’, dopo la quale ci sarà un lungo e ritmato saluto agli spettatori con una specie di rap di ringraziamento del cantante sulla base di ‘Praise You’ di Fatboy Slim. Questo il finale di un live che ricorderemo un po’ più a lungo degli altri, ed è come se i Beach Fossils ci avessero voluto dimostrare nella prima parte di essere capaci di produrre buona (non eccellente) musica, ma nella seconda che al giorno d’oggi è importante anche stupire per restare nella memoria e lasciare un po’ di sgomento nei presenti, allontanandoli per qualche minuto in più dall’obbligato momento di sblocco dello smartphone, per recuperare le chat e i post persi sui social nell’oretta e poco più di durata dello show. Non riusciamo a non pensare che il finale col colpo di scena sia stato conseguenza della loro partecipazione a “Vinyl” che gli ha regalato una faccia tosta che non credevamo gli appartenesse. D’altronde c’è chi parte col cuore nell’indie e poi scende a patti con X Factor, col mercato, chi come Ricky Wilson dei Kaiser Chiefs decide di fare il giudice di un reality per diventare più popolare ed avvicinare in questo modo più persone al lavoro della sua band, e chi ha la fortuna di far parte di una serie-evento pompata in tutto il mondo, riuscendo a portare dinanzi a sé una platea più numerosa ed appassionata. Più che un brano, un momento, un riff, la cosa che più che ci è rimasta dentro è questa riflessione sullo stato attuale della musica e su quanto ormai possa essere difficile emergere con la tradizionale gavetta fatta solo di musica e poche parole. Uscendo vedremo il banchetto del merch preso d’assalto come raramente ci è capitato di notare a concerti di band dello stesso livello, e ci farà piacere, ma anche capire che indossare i panni dei Nasty Bits, si è rivelato davvero un buon colpo per la carriera dei Beach Fossils.

Andrea Lucarini

Foto dell’autore

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