Beach Fossils @ Circolo degli Artisti [Roma, 11/Settembre/2013]

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Per tanti degli appassionati di musica romani (di nascita e d’adozione), l’esibizione dei Beach Fossils al Circolo degli Artisti ha segnato l’apertura della stagione concertistica autunnale. Vero, tecnicamente siamo ancora in estate, ma la malinconia per spiagge ormai lontane e la routine quotidiana alle porte hanno definitivamente preso il sopravvento su mojito e albe al mare. Di questo misto ondivago di sensazioni la musica dei Beach Fossils non poteva che essere la miglior colonna sonora: chitarre jangle, bassi pulsanti e atmosfere lo-fi sognanti che riesumano recentissimi ricordi apparentemente appannati dall’asfalto cittadino. Il Circolo poi si palesa ai nostri occhi come il gradito e caldo focolare a cui immancabilmente tornare, con i suoi protagonisti di sempre pronti a scambiarsi racconti sui mesi estivi appena vissuti. Per un misterioso qui pro quo sugli orari dei concerti riusciamo ad assistere solo all’ultimo brano degli Alpinismo. Francamente troppo poco per giudicare la prova della band romana, che vede militare nelle proprie fila la sezione ritmica dei Boxerin Club Francesco Aprili e Matteo Domenichelli e gli ex-Jacqueries Marcello Newman e Alex Germanò. Sarà per la prossima volta.

Intorno alle 23 un Circolo più pieno di quanto avremmo potuto immaginare accoglie i Beach Fossils. La band di Brooklyn, fresco di pubblicazione del vagamente sufficiente ‘Clash The Truth’, follow-up del ben più affascinante esordio omonimo, si presenta sul palco in formazione a quattro, con il chitarrista Tommy Davidson e il bassista Jack Doyle Smith a coadiuvare il batterista Tommy Gardner (autore di due brani dell’ultimo LP) e il mastermind Dustin Payser. Cole Smith e John Peña sono ormai un lontano ricordo, rispettivamente alle prese con i DIIV e gli Heavenly Beat. Si parte con ‘Birthday’, estratto da ‘Clash The Truth’. Sin da subito balza alle orecchie che qualcosa non va, ma il problema non è la resa dei suoni. L’impressione è che la band non sia coesa nell’esecuzione e, per quanto voglia sembrar affiatata, il risultato che ne vien fuori è, ad onor del vero, un po’ spompato. Un inizio che non promette bene. La doppietta che apriva il buonissimo EP ‘What a Pleasure’ sembra tuttavia smentire le primissime sensazioni, così come la successiva ‘Daydream’, singolone del debutto del 2010 e indubbiamente miglior sintesi del Beach Fossils-pensiero, grazie a quel magico intreccio di delicate chitarre beach-pop e bassi incalzanti che non può non conquistare. Come nelle migliori delle montagne russe, tuttavia, il sali-scendi è assicurato e, per i brani successivi, la band sembra riadagiarsi ancora su una certa indolenza, a cui contribuisce indubbiamente anche una fin troppo evidente somiglianza tra un pezzo e l’altro. Manca energia dove servirebbe e, oltretutto, la voce di Dustin appare incerta in più punti. Dal canto loro, i ragazzi americani cercano il pubblico, scherzano e provano a sciogliere il ghiaccio: non sempre vi sarà risposta, purtroppo, da parte di astanti fin troppo dediti a fare (e farsi) scatti e poco inclini a lasciarsi coinvolgere dall’esibizione. Mala tempora currunt, pare. Su ‘Clash The Truth’ Dustin scende tra la gente a cantare l’ottimo testo, cercando un contatto con i presenti e tendenzialmente ottenendone in cambio smartphone. “Fashion before passion”, per dirla con gli H2O? Il concerto si avvia verso la fine e riesce inaspettatamente a riprender quota con le conclusive (per ora) ‘Burn You Down’ e ‘Calyer’. Sulla prima la chiusura della parte vocale viene affidata a Tommy Davidson. Il lungocrinito chitarrista è, fuor di dubbio, il musicista migliore che la band abbia al suo interno, e con ciò non ci riferiamo necessariamente all’aspetto puramente tecnico, che in questa sede interessa poco (non stiam mica parlando di progressive e quindi preferiamo badar di più alla sensazione che alla perizia). Con i suoi arpeggi coinvolgenti e l’esecuzione sempre sopraffina ed elegante Davidson sembra il vero traghettatore del gruppo. Farebbe bene Payser a tenerlo a mente per le prossime opere in studio. Dopo cinquanta minuti di esibizione talora incolore talora più convincente tocca ai bis di rito: ‘Crashed Out’, brano di chiusura di ‘Clash The Truth’, e la sempre magica ‘Twelve Roses’ dall’esordio. Praticamente tutta un’altra storia. Quasi a sorta di mea culpa o forse semplicemente per lasciare degnamente il Circolo degli Artisti, i due brani finali vengono interpretati con piglio energico e un tiro che avremmo tanto gradito per tutti i pezzi precedenti. Sembra quasi un altro concerto. Payseur, però, si fa prendere decisamente la mano abbandonandosi a due minuti di soliloquio in musica che, tra ringraziamenti e dubbi esistenziali incomprensibili, fa calare il sipario con più di qualche sopracciglio alzato. Possono due bis, alcuni brani di buonissima fattura e un capace chitarrista risollevare un’esibizione solamente discreta, abbastanza scialba e, perché no, da compitino? Sinceramente no. I Beach Fossils dal vivo dovrebbero riuscire a presentar meglio quanto di buono fatto su disco (il primo più del secondo) e dimostrarsi all’altezza dei consensi sin qui ricevuti. In alcuni punti del concerto hanno dimostrato di saperlo fare, peraltro decisamente bene. Speriamo che riescano a fare il salto di qualità, o finiranno per essere l’ennesima indie band dal buonissimo esordio e da un prosieguo di carriera incolore.

Livio Ghilardi

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