Be Forest + Brothers In Law @ Circolo degli Artisti [Roma, 15/Marzo/2014]

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Nella memoria collettiva Pesaro viene ricordata per la sua antichissima squadra calcistica – la Vis Pesaro – per la gloriosa tradizione cestistica e, nel campo che ci compete, per aver dato i natali a Gioacchino Rossini e, più recentemente, a quella che a tutti gli effetti è stata la prima band metal italiana: i Death SS. Negli ultimi anni, però, la città marchigiana sta assurgendo agli onori delle cronache d’ambito per una florida scena musicale. Una rivista di settore tempo fa ne scrisse parlando di “Pesaro Rumorosa” (facile dedurre quale fosse il magazine). In merito il sabato sera del Circolo degli Artisti ci propone “Twin Days”, doppietta pesarese tutta reverberi e chitarre “jingle-jangle” con Be Forest e Brothers In Law, band tra l’altro legate dalla comunanza del chitarrista Nicola Lampredi oltre che dalla provenienza.

Mancano pochi minuti alle 22.30 quando, davanti ad una platea che pian piano si fa sempre più gremita, salgono sul palco i Brothers In Law. L’ottimo esordio di inizio 2013 ‘Hard Times For Dreamers’ ne aveva imposto il nome agli occhi della critica e del pubblico, anche fuori dai confini patri (vedi l’esibizione all’americano SXSW). I 40 minuti di esibizione che coprono sia il debutto sia il precedente EP ‘Gray Days’ confermano abbondantemente le piacevoli sensazioni provate tra quei solchi. Dream pop, chitarre jangle, shoegaze, dark-wave e c-86 sono le coordinate stilistiche della band e, nonostante una certa tendenza dei brani ad assomigliarsi, la padronanza della materia da parte dei quattro è indubbia. Dall’iniziale ‘Lose Control’ in poi è un fresco revival di sonorità che suonano ancora tremendamente attuali, proposto con maestria, efficacia e navigata coordinazione. I ragazzi sanno scrivere composizioni coinvolgenti e riescono nell’intento di riprodurle live. Colpisce che il batterista Andrea Guagneli suoni in piedi – altrettanto fa Erica Terenzi nei Be Forest – riuscendo così a conferire incisività aggiunta all’esibizione. Il pubblico accoglie con calore il quartetto che con molta timidezza e visibile soddisfazione ringrazia. Sull’ultimo pezzo Costanza ed Erica dei Be Forest raggiungono i concittadini per coadiuvarli nell’esecuzione, fornendo un piccolo antipasto di quanto avremmo saggiato qualche minuto dopo. Promossi a pieni voti, augurandoci che il prossimo disco ne affini ulteriormente le sonorità.

Dopo un rapido cambio palco Nicola fa ritorno sullo stage, stavolta accompagnato dai restanti ¾ dei Be Forest. ‘Cold.’, debutto datato 2011, era un autentico gioiello di dark-wave e shoegaze. Il nuovo attesissimo ‘Earthbeat’ ha smussato alcuni angoli, forte dell’innesto dei synth di Lorenzo Badioli, e si presenta nuovamente in bilico tra algida oscurità ed eterea luce tendendo però di più verso la seconda, con maggiore elaborazione ed una evidente ma non derivativa vicinanza a quanto proposto oltremanica dai The xx. Il buonissimo disco viene proposto live nella sua interezza, senza però seguirne pedissequamente la scaletta. L’introduzione strumentale ‘Totem’ ci immerge dunque nell’universo fosco e ammaliante dei Be Forest. Sono subito eseguiti quelli che a parer di chi scrive rappresentano i pezzi migliori del lotto, da una ‘Ghost Dance’ prettamente shoegaze ad una ‘Airwaves’ di lodata scuola Cure, passando per la più orecchiabile ‘Captured Heart’ e la pregevole ‘Lost Boy’. Le percussioni di Erica si sono fatte molto più tenui rispetto al passato, quasi indefinite nel loro incedere, con una più ficcante componente elettronica. La voce di Costanza accompagna sognante le evoluzioni armoniche della chitarra di Nicola, al quale viene invece affidato il drumming nelle conclusive ‘Wild Brain’ – chiamata a raccontare il repertorio meno recente insieme a ‘Florence’ e ‘Hanged Man’ – e ‘Hideaway’. Non tutto però è convincente nei tre quarti d’ora di esibizione, in primis il basso di Costanza, davvero flebile, dal quale ci saremmo aspettati maggior presenza e piglio più deciso. L’impressione a fine concerto è che probabilmente ai Be Forest manchi ancora una messa a fuoco compita della dimensione live, nella quale, volendo replicare con efficacia la commistione di dream-pop e shoegaze realizzata su disco, si rischia di lasciare inespressi e imperfetti entrambi i versanti sonori nel timore di dar troppa preponderanza ad uno o all’altro. Ci vorrebbe un pizzico di coraggio in più in tal senso, certi che il talento alla band non manca, anzi. Decidere se evidenziare di più la voce di Costanza o bilanciarla al livello degli altri strumenti, ad esempio, sarebbe già un ottimo punto di approdo. Ciò non toglie l’indiscutibile fascino della proposta della band, le cui doti su disco sembrano però attendere una conferma ulteriore sul palco. Torniamo all’aria aperta del giardino del Circolo soddisfatti di aver potuto apprezzare dal vivo due ottime e fresche realtà italiane che sanno comunicare fluentemente con un linguaggio internazionale e possono ritagliarsi il proprio spazio oltre i nostri ristretti confini senza timori riverenziali.

Livio Ghilardi

Foto: Riccardo Ruspi