Baustelle + Erland Oye @ Circolo degli Artisti [Roma, 26/Novembre/2005]

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Accompagnati dalla sorella di Katrina usiamo il solito Aguirre come spartiacque per raggiungere armati anche di remi e salvagente il luogo convenuto per il concerto del gruppo copertina del momento. Dopo una veloce pizza al cartoccio entriamo nello stipatissimo locale tra gli odori vivi di segatura e umidità. La prima sorpresa è la presenza di un artista spalla. E’ l’occhialuto Erland Oye mezza tacca dei norvegesi Kings Of Convenience. Il nostro stupore viene subito rinculato da un ragazzo paffuto che ci dice: “ehi ma l’avete riconosciuto chi è?”. Aguirre gli risponde Jarvis Cocker e proseguiamo. Solo con la sua chitarra acustica, Erlando il lungo propone i brani del duo in versione ancora più slow e minimale, trovando ampi consensi ed inspiegabile eccitazione tra i giovani convenuti. Quando dal fondo della sala si alza un “vattene!” io e il mio compare di merende alcoliche rispondiamo e carichiamo l’insulto (“torna nella catacomba”… “basta!”) trovando subito un ragazzetto dalla faccia espressiva di vuoto che ribatte: “ehi ma sapete chi è quello?”. Alla risposta Gino Vannelli, otteniamo il suo odio versione borbottio molesto per il resto della serata. Erland Oye spiega che è stato trascinato sul palco perchè è nella capitale per girare un film (più o meno penso che abbia detto questo) ora vorremmo tanto trascinarlo altrove e picchiarlo con tutti gli occhiali, ringraziandolo per quel tempo catatonico davvero stucchevole. E se su quel palco ci fosse stato Bert Jansch? Oppure John Martyn? (a proposito è uscita la ristampa del capolavoro ‘Bless The Weather’). Misteri dell’Italia figlia di MTV e dell’hype trendista. Quando lo spilungone lascia, il locale è sold out, e chi è fuori rimane fuori.

A Montepulciano c’è il vino buono quello nobile, una delle ultime tradizioni artistiche dedite all’arte del mosaico, il duomo, la madonna di S. Biagio ed i Baustelle. Più di un anno fa da queste parti per vederli c’erano quattro gatti infreddoliti. Oggi, potenza dell’arte del video clip rotatorio e di qualche rivista tutta chiacchiere e pubblicità, c’è anche mio zio. Ma se lo meritano tutto. Il successo, la fama, i complimenti. Dopo tanta gavetta e tre album liricamente eccelsi e musicalmente affascinanti. Formazione a sei – due chitarre e altrettante tastiere – partono leggermente rigidi e trattenuti (emozione?) per poi disfarsi della presunta stanchezza dalla terza canzone in giù. La voce calda ed impostata di Bianconi è la guida del suono Baustelle, melodrammatico e malinconico, tremendamente old fashioned e a tratti glamour-wave. Rachele ha il filo vocale delizioso, perfetto per ripercorrere in circa un’ora e mezza, la breve carriera della band. Prediligono saccheggiare il ‘Sussidiario Illustrato Della Giovinezza’, virando sui “classici” conosciuti del secondo ‘La Moda Del Lento’ e soffermandosi giustamente su ‘La Malavita’, ottenendo il massimo della risoluzione sonora quando si gettano nell’impresa di diluire i brani. Il pubblico fortunatamente non è composto da avventori dell’ultima ora (ci sono ma pochi ed emarginati) visto che con nostra surprise canta tutte le canzoni a memoria come si conviene per un gruppo medio melodico italico. Bianconi ogni tanto chiede al pubblico i brani da eseguire e per tutto il concerto da Aguirre arriverà un solo titolo: ‘La Canzone Del Riformatorio’. Richiamati a gran voce per il gran finale i sei della Val d’Orcia chiudono alla grande esaudendo quella ossessiva richiesta. … e dolcemente ti ho regalato la mia violenza, il mio attimo di gloria…

Emanuele Tamagnini

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