Baustelle @ Auditorium [Roma, 13/Marzo/2017]

491

“La vita è bella, gli studenti hanno distrutto la città”. Inizia così ‘La Vita’, una sorta di manifesto programmatico tratto dall’ultima release, ‘L’amore e la Violenza’. In queste due frasi ci sono tutti gli attuali Baustelle. Parlano degli studenti, quello che erano loro agli esordi (vedi il sempreverde ‘Sussidiario Illustrato della Giovinezza’), come fossero un’entità ormai lontana, ma nei confronti dei quali mantengono uno sguardo complice, anche quando si spingono verso derive che un adulto – e Bianconi, Bastreghi e Brasini sono tutti over 40 – dovrebbe stigmatizzare. Il nichilismo svetta in tutto il testo del brano in cui Bianconi cerca di spiegare che l’unico modo di sopravvivere alla tragicità del mondo è rendersi conto della sua vacuità. È questo lo zenit della prima parte del live, quella dedicata all’esecuzione integrale del nuovo disco, con la stessa scaletta presente nel supporto fonografico. La Sala Santa Cecilia è gremita, sold out da così tanto tempo che la band ha già programmato un nuovo live per il 30 aprile, ma noi siamo riusciti in maniera un po’ fortunosa, un po’ caparbia, ad ottenere un posto di platea in seconda fila centrale: un lusso, a guardare la montagna di gente che c’è dietro e in galleria. Dal nostro osservatorio privilegiato riusciamo a carpire la vera essenza dei protagonisti, da noi seguiti nel corso degli anni, ripagati dalla maturazione che da sgangherati toscanacci li ha trasformati in cittadini di mondo e artisti a tutto tondo. Francesco Bianconi oltre ad essere un ispirato paroliere ha imparato a cantare, tra un disco e l’altro pubblica romanzi, diventa sempre più filiforme e fa figli (‘Ragazzina’ è proprio dedicata alla sua primogenita, sebbene dichiari dal palco che canzoni su figli e Natale sarebbe meglio evitarle, e questa racchiude entrambi i temi); Rachele Bastreghi ha debuttato da solista lo scorso anno e sul palco, per quanto un po’ confusa sulla scaletta, dimostra personalità e non la manda troppo a dire sulle sue preferenze sessuali, intervenendo in un siparietto mal riuscito tra il frontman e uno spettatore. Claudio Brasini ha perso i capelli e mantenuto il lavoro in banca e il suo ruolo di chitarrista, assolto senza spiccare, nel bene o nel male.

Il nuovo album torna a essere spiccatamente pop e la squadra di musicisti convocata per questi live ne è diretta conseguenza. Non c’è più bisogno dell’orchestra di ‘Fantasma’, ma ricorre un citazionismo tarantiniano e l’iconografia anni ’70, nelle atmosfere come nella cover art, all’apparenza agée, ma in realtà ricreata ad arte su intuizione di Bianconi. Il pubblico, in questa prima fase, si esalta, come prevedibile, per il singolone ‘Amanda Lear’ e per le orecchiabili ‘Eurofestival’ e ‘La Musica Sinfonica’, nelle quali Rachele è al microfono per la maggior parte dei pezzi e dimostra di aver scalato posizioni nel ruolo di beniamina dell’audience. Rispetto al muro messo tra palco e pubblico nei live passati, stavolta si lascia più spazio a convenevoli, ringraziamenti e ciarle poco rilevanti: è l’umanizzazione dei Baustelle e ci rendiamo conto che li preferivamo alieni. Al termine dell’esecuzione di ‘L’amore e la Violenza’ tornano dietro le quinte prima di presentarsi di nuovo, pronti per la seconda parte del live. Arriva il momento che per un fan di vecchia data potrebbe risultare un po’ noioso, quello delle hit. Ma gli artisti che ti piacciono sono quelli in grado di sorprenderti e così sarà anche in questo caso: dopo l’abusata ‘Charlie Fa Surf’ (e ogni volta che sentiamo il singalong che l’accompagna ci chiediamo quanti di questi improvvisati cantanti ne abbiano davvero capito il senso) e le due bellissime canzoni dedicate a Milano e al suo cimitero, arrivano le sorprese. La sempre attuale ‘Gomma’, brano del 1998, ma che mantiene la sua carica adolescenziale anche se cantata da chi tra qualche anno avrà una figlia che sarà in quel periodo della vita, come il frontman, e chissà se lo vivrà in modo estremo come quello raccontato nel brano oppure mitigato dall’ottenuta borghesia di un padre che viene chiamato a musicare gli spot di Gucci, come accaduto nel corrente mese con una deliziosa versione di ‘Eyes Without a Face’ di Billy Idol. Poi arriva il turno di ‘Bruci la Città’, scritta da Bianconi e poi donata a Irene Grandi, per la fortuna sanremese e radiofonica. In questo arrangiamento minimal verrà svuotata di tutti gli orpelli che nella versione originale strizzavano l’occhio all’ascoltatore di Radio Generica e adeguata alla voce di chi l’ha composta. Ci sarà spazio anche per ‘La Canzone del Parco’ in questa versione con una Bastreghi quasi hip hop e ‘La Canzone del Riformatorio’, entrambe tratte dal disco d’esordio, così ispirato da portare i suoi riflessi anche vent’anni dopo. ‘La Moda del Lento’ farà alzare i fan dai loro posti e li farà raccogliere sotto palco, a ballare e saltare. ‘La Guerra è finita’ e il concerto pure, se si esclude un encore davvero sorprendente: di solito si tende a salutare i fan con i pezzi più celebri, ma i Baustelle, potendoselo permettere, decidono di proporre un inedito, ‘Veronica n.2’. Sembra promettere bene, ma non possiamo dire di più perchè non riusciamo a comprendere nulla, se non poche parole del testo. Il finale è tradizionale, con ‘Le Rane’, il singolone che manda tutti a casa canticchiando. I soliti, grandi, Baustelle, con la loro consueta funzione sociale. Elevano i fan pescati dal mucchio, che gli si avvicinano per la patina pop e poi vengono risucchiati nei loro gorghi letterari e i ricchi e continui riferimenti colti presenti nei loro brani. Li dai per morti, “dopo tutto questo tempo cosa si inventeranno per stupirci e non annoiare?” e loro, puntuali, si reinventano, con un disco che ci regala tante nuove chiavi di lettura. A ben vedere sono una metafora della vita, facendo ciò che ognuno di noi dovrebbe, per garantire longevità ai propri rapporti interpersonali.

Andrea Lucarini

Foto Baustelle Official

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here