Baustelle @ Atlantico Live [Roma, 1/Dicembre/2010]

764

Il senso d’esclusività è una prerogativa della condizione amorosa: io trovo te, tu trovi me e per questa casualità dell’universo, ci sentiamo speciali. La simbiotica identificazione scatta anche nella dimensione musicale: mi scelgo un gruppo, ho quasi la presunzione che sia lui, il gruppo, ad aver scelto me. E tiriamo a campare, in un idillio amoroso, finchè non arrivano “gli altri”, con le loro convenzioni, stavolta melodiche e liriche, più che sociali. Credo questo mi sia successo poco meno di 10 anni fa, quando entrai in possesso de ‘Il Sussidiario Illustrato della Giovinezza’: non si poteva comprare nei negozi, tanto meno su iTunes, ma lo si ordinava tipo Postalmarket da una celebre rivista di settore. In questo ostacolo distributivo, si leggeva la pre-destinazione. È per la ricerca di quel ritorno di fiamma se questa sera sono qui: Bianconi, Claudio e Rachele riportano in vita quel primo disco a marchio Baracca & Burattini, (mal)distribuito da Edel. La definizione di quel disco dipende dalla prospettiva: a posteriori, un album seminale della ricerca letteraria e musicale dell’ensemble di Montepulciano; a ripensarlo allora, ti lasciava a bocca aperta. Venti anni, dubbi sul mondo e dubbi anche sulla musica nelle tue orecchie: ma che diavolo era? Era Nino Rota? era la ‘Voce del Padrone’? Era Jarvis Cocker? Che diamine c’entrava il ciuffo di De Andrè con le lolite di Gainsbourg e Bava ad Hollywood? Chi queste domande non se l’è poste ha poca ragione di essere qui stasera: metà del concerto sarà dedicato proprio a quel disco, 10 anni dopo.

E così sia: qualche minuto di ritardo, poche luci e semplicemente un primo accordo di chitarra introduce ‘Musichiere 999’, che de “Il sussidiario” era proprio l’ultima traccia. Gli orrori di ‘Charlie Fa Surf’ e gli ammiccamenti radiofonici, per quanto non necessariamente deprecabili, scompaiono: arriva la ‘Canzone del Riformatorio’, la suggestione di un’adolescenza provinciale e allucinata, segnata da eleganti deliri erotici davanti a poster di Brigitte Bardot così come dalla musica dei Suede, di cui Bianconi&co accennano una strofa di ‘Trash’. Era il 1996 o giù di lì e anche i Baustelle registravano i primi demo: è il momento de ‘I Ragazzi Venuti dallo Spazio’, praticamente un inedito, primissima registrazione che rimbalzava nella provincia toscana dalle suggestioni del glam-pop britannico alla melica italica. Ecco anche ‘Le Vacanze dell’83’, altro grande pezzo dimenticato da anni: oscurato dalle doglie blu di ‘Gomma’ e dall’esistenzialismo de ‘La Canzone del Parco’, l’apertura de “Il sussidiario” era affidata proprio a quella pastiche di voyeurismo adriatico, che è un po’ la canzone di formazione alla Battiato e un po’ la sofisticazione da dandy dancefloor dei Pulp. Cos’è cambiato in 10 anni? La fama forse, non certo l’immenso denaro: Bianconi ha migliorato incredibilmente la qualità della sua tenuta vocale, Rachele è in grado di vestirsi senza inciampare nella totale mancanza di coordinazione dei colori, i Baustelle sono un gruppo intellettuale, non più di tale semplice aspirazione. Ma di quelle canzoni, per quanto il gruppo provi a renderle più patinate, più raccontate, ogni tanto con un’acustica e un’armonica di troppo, grazie al cielo, nulla è cambiato. Era davvero il quadro di una provincia malinconica ed erotica, da cui tutti (o quasi) siamo scappati con l’amaro in bocca e il desiderio di farcela; quella stessa provincia che i Baustelle oggi raccontano da lontano con il guizzo di chi ce l’ha fatta in ‘Le Rane’. Tutto quello che c’è dopo la cesura della meravigliosa ‘Beethoven o Chopin’ non è quasi degno di essere menzionato: siamo tornati alla fine degli anni 2000, come si diceva, nella folla c’è chi, all’uscita de “Il Sussidiario” non sapeva ancora leggere, e quindi è giusto gratificarlo con pezzi più recenti. Se davanti alla bellezza di alcune gemme recuperate da ‘La Moda del Lento’, come la title track o ‘Mademoiselle Boyfriend’, ci commuoviamo ulteriormente, davanti alla chiusura con ‘Charlie Fa Surf’, non possiamo trattenere la smorfia di chi, con ben poco garbo, è stato rispedito nel 2010 a guardare in faccia i suoi 30 anni e una schiera d’adolescenti molto piu’ tristi di quelli che si conosceva una volta.

Chiara Fracassi