Battles @ Teatro Quirinetta [Roma, 30/Marzo/2016]

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I have Battles in my life da un freddo weekend nel sud est dell’Inghilterra di oltre dieci anni fa e nonostante tutto riuscì a perdermi entrambi i loro set di quella sera. Per fortuna, il destino e il Brancaleone li portarono nella Capitale appena sei mesi dopo, la prima di cinque puntate romane negli anni per il matematico trio newyorchese. Eravamo non più di venti allora e posso dire con orgoglio di rientrare tra quei tre o quattro che hanno alzato la mano alla domanda posta da David Konopka se ci fossero reduci di quella sera tra il ben più numeroso pubblico a gremire la sala del Quirinetta e lo ha fatto per presentare la funambolica parte centrale del concerto in cui i Battles hanno fieramente ritirato fuori alcune delle più preziose composizioni dalla micidiale doppietta di ep ripubblicati allora dalla Warp che li portarono definitivamente all’attenzione di pubblico e stampa,  personalmente li ho consumati a dovere. Il modo migliore per far pace finalmente col proprio passato e riabbracciare ciò che erano e sono ancora: una straordinaria macchina da musica, pulsante e senza freni, le ristampe fresche fresche in vinile di tutta la loro discografia disponibile al banchetto del merchandising sono pure lì a testimoniarlo.

L’abbandono di Tyondai Braxton e la successiva release di ‘Gloss Drop’ di oltre un lustro fa avevano forse lasciato il trio Williams-Konopka-Stanier nell’indecisione sulla direzione da prendere, ne era uscito fuori un album quasi solare e spensierato, zeppo di collaborazioni con vari cantanti (Mathias Aguayo, Yamantaka Eye, Kazu Makino…), magari a celare l’insicurezza di volere un quarto uomo a tutti costi e di lasciar perdere per il momento le creazioni passate, compreso l’ottimo ‘Mirrored’, il primo episodio sulla lunga distanza, sepolto da qualche parte. Il concerto a Villa Ada ne era stata una prova: anche lì marziani, totemici, maestosi fra intricati incastri e loop ma ciò che avevan deciso di eseguire era solo l’ultimo album nella sua interezza e nient’altro, alla faccia di chi si aspettava ‘Atlas’. Stasera, invece, proprio ‘Atlas’ è stata una enorme liberazione, la tarantella nevrotica migliore di sempre e con quell’assurdo cantato bambinesco/robotico campionato. Il ritorno alle origini si era già intravisto con l’ultimo, buonissimo, ‘La Di Da Di’, in buona sostanza i Battles che tornano a fare i Battles e la lunga ‘Dot Com’ è stata l’apripista del concerto, sapientemente costruita un loop alla volta prima da Konopka tra chitarra e basso, vero maestro d’orchestra e in cabina di regia tra loop station, effetti e e pedaliere, e poi opportunamente integrato dai layer dello scatenato Ian Williams con diversi synth, tastiere e chitarra, con lo spettacolo ripetuto del tapping sulla sei corde contemporaneamente all’ennesimo fraseggio sui tasti bianchi. Già così ciò che si ascolta è una pioggia di ritmi e di suoni bizzarri che paiono versi da un bosco schizzato e krautoide. Poi arriva bello bello John Stanier a prender posto alla mitica batteria con il crash posizionato altissimo come marchio di fabbrica (e seduto sul suo sgabello è comunque più alto dei suoi compari) e il crescendo si stratifica lentamente, assumendo un beat caldo, letale e preciso da drum machine umana: una commistione irresistibile, folle e razionale al tempo stesso, marziale eppure danzereccia, spaziale e trascinante.

‘Ice Cream’ e ‘Futura’ riportano in auge quanto di ottimo ci fosse in ‘Gloss Drop’ ma, lo devo ribadire, si è goduto davvero con i ripescaggi di quelle suite dai nomi strani, come codici o fredde etichette: il minuto e mezzo di clap clap glaciali e il rincorrersi irresistibile degli strumenti di ‘IPT2’ e le chitarre sovrapposte di ‘B+T’, una lezione mandata ottimamente a memoria da una band altrettanto schizzata come le Nisennenmondai, la melodia futurista delle tastiere di ‘Hi/Lo’ culminata in un labirintico lavoro di batteria inafferrabile per chiunque ma non per Stanier, il math rock gelido e allucinato di ‘Tras’, in più il già citato liberatorio spettacolo di ‘Atlas’ e altre due esecuzioni da ‘La Di Da Di’: il brano più ‘duro’ del lotto ovvero ‘Summer Simmer’ con un onnipresente Stanier a farla da padrone tra cascate di synth e gli assurdi balletti di Williams e quell’andamento vagamente arabeggiante e l’encore di ‘The Yabba’ con quella cadenza in apparenza più indolente ma non meno suadente e futuristica. In quasi 15 anni i Battles hanno saputo reinventarsi rimanendo fedeli a sé stessi, grazie a una tecnica eccezionale, una creatività delirante e una matrice comunque ben riconoscibile, sarà affascinante capire dove andranno a parare prossimamente, nella speranza di non dovere attendere altri cinque anni per scoprirlo e soprattutto per godersi nuovamente uno spettacolo del genere dal vivo, unico nel suo genere nel far godere tanto gli amanti di vibrazioni buone da ballare che gli appassionati alla ricerca di emozioni strumentali. Per concludere, due parole d’obbligo per gli opener set di Kaitlyn Aurelia Smith e Niagara, entrambi ascoltati dal fondo dalla saletta posteriore del Quirinetta già strapiena: molto interessanti le vibrazioni analogiche ambient ‘acquose’ della prima ottenute pare da un set di scatole magiche rigorosamente autocostruite e con un disco, ‘Ears’, appena pubblicato che sembra promettere davvero bene; apprezzabili anche le incursioni electro/psych dei secondi italianissimi, tra spazi più rarefatti e brani più claustrofobici senza soluzione di continuità. La prossima volta, però, sarebbe d’obbligo sottoporli all’attenzione di tutto il pubblico e non solo a una parte di esso.

Pierdomenico Apruzzese

Foto Emanuele Pantano

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