Barracudas @ Traffic [Roma, 14/Settembre/2013]

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Un tardo pomeriggio di un inverno di qualche anno fa, il luogo è un negozietto di dischi, vinili soprattutto, formato romantico e splendido: ero impegnato a spulciare fra album di band oscure e altri artisti più noti ovviamente, ero perso in chissà quali pensieri quando, eccola lì la gioia e la bellezza nel frequentare tali luoghi dello spirito, mi ritrovai catturato dalle melodie irradiate dai diffusori. Rimasi lì fino a che la puntina del giradischi non abbandonò l’ultimo dei solchi e mi presentai al bancone palesando la mia intenzione di acquistare l’album in questione. Sfortunatamente, si trattava di una copia personale del proprietario ma fui lesto a segnare nome e titolo e di lì a pochi giorni quel disco, nello stesso formato, era nelle mie mani, una copia usata comprata online da qualche parte in Europa: l’album in questione era ‘Meantime’ dei Barracudas, disco che ancora oggi riascolto con grande piacere, innamorato tanto del lato gioisamente surf quanto di quello più grezzo e garagistico di questa band, strano combo anglo-svizzero-canadese nato a fine anni’70 e scioltosi dopo qualche anno prima di tornare in azione solo a metà dei duemila. Non avrei mai pensato di poterli vedere su un palco ai tempi della mia scoperta. E invece Robin Willis, Jeremy Gluck e compagnia bella calcano ancora fieramente i palchi, pure in Italia con due concerti nell’estate dello scorso anno. Poco più di dodici mesi dopo, eccoli per la prima volta a Roma, al Traffic che solo pochi giorni prima aveva ospitato il concerto di un’altra band di culto, The Boys. Ho pensato che mi sarei divertito tanto e avrei pure ballato ma non mi aspettavo una prestazione tanto solida da una band di over 50 che fanno comunque simpatia già a prima vista: Robin Willis è uno splendido dandy con gli occhialetti, il foulard, jeans con una toppa sul ginocchio e una carica di simpatia debordante, Jeremy Gluck ha un look più grezzo, una t-shirt che non riesce a nascondere un po’ di pancetta, occhiali da sole e cappellino con visiera mentre Chris Wilson in outfit quasi total black, Rob Coyne e Ian Quellien sembrano dei semplici impiegati. Ma che foga, che energia, che chitarre pulsanti già con l’attacco di ‘Grammar Of A Misery’, che suoni limpidi e ruvidi, soprattutto che voglia di divertire e divertirsi trasmettono, cercando dialogo e contatto con i presenti con battute varie mentre Jeremy Gluck ha ancora modi e tempi da frontman navigato e lo dimostra cantando/urlando con trasporto, muovendosi e contorcendosi e scendendo pure a cantare tra il pubblico fino a coinvolgere una ragazza a ballare su ‘Not That Kind‘  per poi raschiarsi via le corde vocali con una scorticata ‘Dead Skin’. Io me la godo e canto pure a squarciagola, conquistato anche dal nuovissimo brano – ode al vinile ‘God Bless The 45’ e dal nostalgico revival di ‘1965’, brano che apre una sequenza piena di rimandi ai Beach Boys, tanto nelle intenzioni quanto nei suoni: ‘Surfers’, ‘Last Summer’, ‘Summer Fun’, chitarre e voci scintillanti (invero quella di Willis  un po’ provata) pronte a rincorrersi, sempre però con quell’alone garagistico a sporcare e rendere più piacevolmente grezzo il tutto. Nonostante siano quasi le due di notte, il gruppo non vuole saperne di mollare il colpo e pure quando è il momento di smettere, Wilson parlotta con gli altri membri per suonare ancora un paio di pezzi. La chiusura la dice lunga sulla voglia giocosa e senza fronzoli di godersi amabilmente da un palco i loro ‘-anta’: i meritati applausi del pubblico, i sorrisi, i ringraziamenti e un cazzonissimo Robin che saluta, manda baci e poi chiude con un ‘Thank you and please, bring me a joint!”. Adorabili!

Piero Apruzzese

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